CAPITOLO I - IL VARO DELL'EUROPA

ZEFRAM COCHRANE SPACE FLIGHT CENTER – TERRA

«Eva, finalmente ti ho trovata! Ti ho cercata dappertutto!» Il Guardiamarina Thissen Ch’Vatross, un giovane Chaan Andoriano che si era diplomato l’anno precedente a quello della donna all’Accademia della Flotta Stellare, raggiunse Ferrari sul balcone che dava sulla città di San Francisco, dove si trovava lo Zefram Cochrane Space Flight Center.

Un qualsiasi ufficiale fresco di Accademia con un curriculum come quello della donna sarebbe stato immediatamente spedito a servire su un vascello, magari di prima classe come la compianta Enterprise-D, ma Eva Ferrari aveva invece preferito dedicare il proprio inizio di carriera al test piloting. Non che allo Zefram Cochrane si fossero affrettati a rifiutarla: era probabilmente uno dei migliori piloti usciti dall’Accademia in quegli anni e il fatto di avere il suo talento a disposizione avrebbe portato a risultati ben al di sopra della media.
Ma, nonostante ciò, la gente non poteva fare a meno di parlare.
I due erano diventati amici quasi da subito: nonostante fosse un’umana, infatti, Ferrari rientrava nel piuttosto ristretto numero di individui che preferiva di gran lunga i rigidi climi andoriani a quelli, nettamente più miti, del proprio pianeta natale. Era, inoltre, molto interessata alla cultura andoriana e i due passavano ore a dibattere sui vari aspetti che la caratterizzavano, anche in relazione alle enormi differenze che era ovviamente possibile riscontrare rispetto a quella umana.

«Ho dovuto farti localizzare dai sistemi del Centro,» aggiunse a chiosa, quasi ansimando, affiancandosi a Ferrari e appoggiandosi al parapetto, mettendosi alla sua destra, aggiungendo: «Perché hai messo un blocco al tuo comunicatore, Eva? Cosa è successo?»
Solo quando si prese il tempo di osservare bene la donna, Thiss si accorse che c’era qualcosa di diverso in lei, non da ultimo la divisa, non quella normalmente impiegata all’interno del Centro dai piloti, per certi versi simile a quella impiegata in quel periodo a bordo delle navi, ma differente per qualche dettaglio.

Ferrari, conscia dello sguardo interlocutorio del collega e amico su di sé, decise di mettersi quasi sull’attenti, girandosi verso di lui e permettendogli di notare tutte le differenze tra le divise che entrambi indossavano. Se la divisa dell’andoriano prevedeva una banda nera che comprendeva le spalle e il colletto, arrivando sulla manica a forma di punta, per lasciare poi spazio al colore bianco che caratterizzava interamente il resto della tuta, quella di Ferrari si componeva di due pezzi, dove il colore prevalente era il nero. Solamente la parte superiore dell’uniforme prevedeva, al centro e contornata da tessuto nero, il colore della sezione di appartenenza, il rosso in questo caso, all’interno del quale, poco sopra il cuore, era collocato il comunicatore. Sul colletto, risplendenti sul campo nero e a destra rispetto al delta tipico della Flotta Stellare, brillavano dei gradi, che indicavano l’ufficiale come un Tenente JG.

«Avevo bisogno di rimanere per un po’ da sola con i miei pensieri, Thiss,» gli rispose Ferrari, con un mezzo sorriso di scuse che stonava parecchio su un volto costantemente caratterizzato da un’espressione rigida e severa. «Sono stata assegnata alla U.S.S. Europa, una classe Sovereign,» continuò, indicando la propria divisa con un gesto vago delle mani, «dietro esplicita richiesta del Capitano incaricato di prenderne il comando una volta conclusi gli ultimi ritocchi.»

L’andoriano si illuminò, le antenne che si muovevano a indicare la sua felicità nel ricevere la notizia: «Ma è una bellissima opportunità, Eva!» Non era mai stato geloso delle abilità mostrate dalla donna, ma la riteneva sprecata come semplice collaudatrice, nonostante lei avesse sempre sostenuto il contrario. Se c’era qualcuno che si meritava un incarico in prima linea, esplorare strani nuovi mondi – come recitava il motto della Federazione e come si faceva fin dai tempi di Archer – ed entrare in contatto con nuove civiltà, questa era lei.
In un gesto tipicamente umano, Thiss allungò le mani per afferrare le spalle di Ferrari, scuotendola lievemente: «Eva, lo so che la tua idea sarebbe stata quella di continuare a lavorare qua con noi al Flight Center. Ma le tue qualità, le tue competenze… qua sono un po’ sprecate. Accetta il fatto di essere la più adatta a osservare le stelle più da vicino di quanto tante altre persone si meritino.»

Le sorrise: ammetteva, dentro di sé, che sarebbe stato doloroso vederla partire, senza sapere se e quando si sarebbero mai rivisti. Ma non lo avrebbe mai ammesso di fronte a lei. La conosceva, di conseguenza sapeva molto bene che ammettere un qualsiasi attaccamento affettivo così nei suoi confronti l’avrebbe messa in difficoltà, sotto molti punti di vista. E avrebbe sicuramente rovinato il legame che si era instaurato tra loro.
La sua voce lo riscosse: «Ti ringrazio, Thiss. Ma sai come la penso…» L’andoriano non le permise di concludere quanto stava per dire, le antenne che si muovevano all’impazzata sulla sommità della sua testa, quasi a voler esprimere in maniera il più visibile possibile la sua ilarità: «… anche un vascello come l’Enterprise ha bisogno di qualcuno che sperimenti, altrimenti non potrà mai volare.»
Adesso stavano entrambi chiaramente sogghignando: «Lo ripeti spesso. Ma il compito di sperimentare tocca a noi, ora.» Prendendola per un braccio, la spinse a rientrare, lasciandosi la balconata alle spalle: «A te, invece, toccherà pilotare uno dei vascelli più all’avanguardia della Flotta Stellare. Non sai quanto io ti invidi! Pensa, dicono che stiano concludendo gli ultimi ritocchi su di un’altra classe Sovereign, a cui verrà affidato il nome di Enterprise-E!»

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Quella sera, prima che Ferrari si imbarcasse sullo shuttle che l’avrebbe portata fino ai cantieri di Utopia Planitia, venne organizzata una piccola festa di addio in suo onore. Gli altri membri del Team Beta, che oltre a lei e a Thiss contavano una Betazoide – il Tenente Jadet Brid – e un giovane cadetto terrestre – Nicolas Rouest -, si erano impegnati, una volta opportunamente informati, a realizzarle un qualcosa di carino.

Avevano fatto la stessa cosa, non poco tempo prima, in onore di un altro membro della squadra, il cui posto era stato poi preso dal Cadetto Rouest: al Tenente Stadi, infatti, era stato proposto di servire a bordo della U.S.S. Voyager, vascello di classe Intrepid alla sua prima missione. Prima missione che, se si doveva prestar fede ai rapporti e alle informazioni che erano trapelate, non era andata propriamente a buon fine, considerando che la Voyager era andata dispersa in azione e non si sapeva cosa ne fosse accaduto: un attimo prima c’era, l’istante successivo non più. Fino a quel momento, niente di ulteriore si sapeva in merito al destino della Voyager e del suo equipaggio. Solo qualche anno più tardi, con il maestoso ritorno del vascello federale tramite un condotto transcurvatura Borg, avrebbero avuto conferma certa di come Stadi avesse perso la propria vita.

Quando, infine, Eva Ferrari si imbarcò a bordo del runabout Montenegro, poche ore più tardi, in direzione Marte, si lasciò alle spalle un terzetto di individui che poteva, a tutto diritto, considerare come i suoi amici. Non avrebbe mai creduto, due anni prima, di riuscire a stringere legami così forti con qualcuno, al punto di provare rammarico più nel lasciarsi indietro altri individui rispetto al proprio lavoro.
Era anche vero che il progetto per cui aveva insistito a tutti i costi per essere presa allo Zefram Cochrane si era ormai concluso, si sarebbe solo persa gli ultimi passaggi burocratici e la pubblicazione delle considerazioni finali da parte del comitato scientifico, con interventi degli stessi membri del team. Non c’erano fattivamente più motivi, presunti o reali, che le impedissero di prendere il volo. Cosa che fece.

U.S.S. EUROPA (NCC-1648-E) – UTOPIA PLANITIA FLEET YARDS, MARTE

Il Capitano T’Vok si trovava nel proprio ufficio, a bordo dell’Europa, a leggere gli ultimi rapporti che aveva trovato sulla sua scrivania, provenienti dal team di ingegneri che si stava occupando di dare gli ultimi ritocchi al suo nuovo comando. Un istante più tardi, dall’interfono, provenne la voce del Comandante R’Mau, suo Primo Ufficiale: «Ci informano che il runabout Montenegro ha lasciato l’atmosfera terrestre e si dirige verso i cantieri di Utopia Planitia, Capitano. Tempo previsto alla destinazione: 5 minuti.»
«Molto bene, Comandante. Quando arriveranno a bordo dell’Europa, dica loro di presentarsi nel mio ufficio,» rispose T’Vok, prima di interrompere la comunicazione.

L’Europa non era il primo comando della vulcaniana, la quale vantava una lunga carriera nella Flotta Stellare, almeno sin dai tempi dell’Enterprise-B, quella agli ordini di John Harriman, vascello sul quale la donna aveva prestato servizio una volta uscita dall’Accademia, iniziando all’interno della Sezione Operazioni come Ufficiale addetto alle Comunicazioni.
La sua ascesa nei ranghi della Flotta era stata inesorabile e costante, arrivando a ottenere il suo primo comando alla soglia del secolo di vita, all’inizio degli anni ‘20 del XXIV secolo. Come accaduto anche in passato, la parte più ardua consisteva nel riuscire a trovare il giusto personale per creare la corretta alchimia tra gli ufficiali dello staff di comando, i capi dipartimento, gli ufficiali ‘dei ponti inferiori’, i sottufficiali e il personale arruolatosi nelle fila della Flotta senza aver conseguito corsi specifici all’Accademia, ma piuttosto in Scuole specializzate.

Il giusto equilibrio era arduo da trovare, questo T’Vok lo sapeva molto bene, nonostante avesse cercato sempre di scegliere con oculatezza e logica. Ma, come tutti gli individui, anche i vulcaniani erano soggetti a errori di valutazione e giudizio, motivo per cui aveva letto personalmente la maggior parte dei profili proposti dal suo primo ufficiale, almeno per le posizioni più importanti.
Quella sera, con il runabout Montenegro, sarebbero finalmente approdati a bordo della classe Sovereign alcuni degli elementi chiave di quello che sarebbe stato il suo equipaggio: il Tenente Comandante Françoise Cartier, scelta per ricoprire l’incarico di Capo Ingegnere; la Dottoressa Katherine Pulaski, Ufficiale Medico Capo; il Tenente JG Eva Ferrari, nuovo timoniere della nave.

Mancavano all’appello ancora tre ufficiali, di cui due appartenenti allo staff di comando, che sarebbero stati recuperati in un secondo momento: l’Europa, infatti, avrebbe dovuto incontrarsi con la U.S.S. Archer (NCC-44278), una classe Excelsior, per far salire a bordo il Tenente Comandante Leeda Sevek, il Tenente T’Pring e il Tenente Comandante Mearo Igrain (rispettivamente, il secondo ufficiale, l’ufficiale scientifico e il Consigliere di bordo).

Il suono del campanello non sembrò disturbare la donna, la quale si limitò semplicemente a rispondere «Avanti!», senza alzare lo sguardo dal datapad che teneva in mano, intenta a studiare gli ultimi dettagli. Nonostante, data la lunga permanenza tra esseri di altre specie, fosse abituata agli odori che stuzzicavano il suo delicato naso di vulcaniana, una parte della sua mente registrò i nuovi entrati all’interno del proprio ufficio come tre esseri umani.

Qualche istante più tardi, finalmente, mise da parte il datapad che aveva studiato fino a quel momento e alzò lo sguardo sulle tre donne che si erano raggruppate di fronte alla sua scrivania, completamente diverse l’una dall’altra per età e per portamento.
La Dottoressa Katherine Pulaski, la più anziana del terzetto, indossava la divisa tipica della sezione medico-scientifica, tre gradi sul colletto a indicare il rango di Comandante, nonostante non fosse riconosciuta come ufficiale di plancia. Dal carattere brusco e spigoloso, era uno degli ufficiali medici più esperti che la Flotta potesse offrire: se un Vulcaniano avesse potuto dire di provare emozioni, T’Vok sarebbe rimasta sorpresa dalla facilità con cui era riuscita a convincere il medico a unirsi al proprio equipaggio.
Il Tenente Comandante Cartier, d’altro canto, dava l’impressione di essere una persona molto più alla mano e agevole, con cui avere a che fare, nonostante fosse descritta come una poco incline ad accettare anche la benché minima sbavatura, all’interno del proprio reame. Tipico di tutti gli ingegneri.
Il Tenente Ferrari, infine, era la più giovane del terzetto. Donna minuta, di media altezza, con capelli corti e castani, aveva assunto una istanza rigida, sull’attenti, braccia piegate dietro la schiena. Neanche a dirlo, era tra i migliori piloti che la Flotta poteva vantare. Confidando nel caso e nella fortuna, si poteva sostenere come l’Europa fosse fortunata nell’aver guadagnato tanta abilità per navigare nello spazio profondo, nonostante la donna potesse sembrare a prima vista una incognita, considerando che non aveva mai servito prima al fronte.

«Lunga vita e prosperità. Benvenute a bordo dell’Europa,» le accolse asciutta e breve T’Vok, alzandosi in piedi e facendo il tipico saluto vulcaniano con una mano: palmo rivolto verso le interlocutrici, le dita distese a formare una V, con uno spazio tra indice e anulare, e il pollice separato dal resto della mano.
«Pace e prosperità,» fu la risposta più o meno uniforme del terzetto, che imitò il gesto della donna, prima di attendere che aggiungesse altro: come tutti i vulcaniani, e questo era uno standard, anche T’Vok preferiva arrivare dritto al punto, senza troppi giri di parole; inutile, quindi, sprecare più fiato di quanto non fosse necessario, evitando chiacchiere inutili che non sarebbero state particolarmente apprezzate.

Come previsto, quando il Capitano aprì nuovamente bocca, fu per dispensare ordini: «Dottoressa, Comandante, ritengo sia logico ritenere che in Infermeria e in Ingegneria stiano attendendo il vostro arrivo. Il Comandante R’Mau ha confermato la vostra presa di servizio a bordo dell’Europa nel momento in cui avete messo piede a bordo della nave.»
Senza fare un fiato, le due donne si apprestarono a uscire dall’ufficio, non prima, però, che la Pulaski appoggiasse brevemente una mano sulla spalla di Ferrari, con fare rassicurante. Nel seppur breve tragitto a bordo del runabout, il medico aveva preso simpatia per il giovane Tenente, nonostante non lo avrebbe mai ammesso esplicitamente, a sé stessa o ad altri. Non era una persona che amava particolarmente mostrarsi troppo morbida, agli altri, e questo le avrebbe portato infinite discussioni proprio con la stessa Ferrari, sempre pronta a una battuta arguta o a un acido commento… insomma, tale e quale a lei. Ma le due avrebbero dimostrato, servendo assieme, di formare una squadra dinamica e ben assortita, nonostante tutto.«Per quanto riguarda lei, Tenente,» continuò T’Vok una volta che la porta dell’ufficio si era chiusa alle spalle della Pulaski, «il suo curriculum avrebbe dovuto farle ottenere un incarico su un vascello molto tempo fa. Il fatto che abbia deciso di fare altrimenti…»
«È tutto ampiamente documentato, Capitano,» la interruppe Ferrari, molto rigidamente, non disponibile a perdere terreno sulla questione. «Lo è,» annuì T’Vok: «Ha intenzione di dirmi qualcosa di più?» Se possibile, Ferrari si irrigidì ancora di più e la sua voce raggiunse un nuovo livello di freddezza: «È un ordine, Capitano?»
T’Vok scosse impercettibilmente la testa, rispondendo: «No, Tenente, non lo è.»
«Allora, Capitano, preferirei prendere servizio, se per lei andasse bene comunque,» chiese Ferrari. A un cenno del Capitano, seguito da un «Vada pure, Tenente,» la donna lasciò l’ufficio e, ritrovatasi sul ponte di comando dell’Europa (sul quale l’ufficio si affacciava) si diresse verso la sua postazione, collocata immediatamente di fronte allo schermo, mantenendosi sulla destra rispetto alla console riservata all’ufficiale operativo, al momento occupata da una giovane Guardiamarina bajoriana.

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