QUEL CHE SEGUÌ: CAPITOLO DUE (T)

Sistema Solare, U.S.S. Prometheus (NX-74913) - un parsec dalla Terra, plancia

«Usciremo dalla curvatura in meno di dieci secondi,» riportò il Tenente Rouest, teso come una molla, dalla propria postazione al timone. Il mood della plancia si era fatto così denso che era quasi possibile tagliare l’aria con un coltello: il timore che ci si potesse trovare nuovamente di fronte a una qualche ulteriore minaccia Borg - e la conseguente anticipazione alla possibile battaglia - avevano di certo contribuito ben poco alla distensione degli animi.
La Challenger e la Leonidas non avevano ancora riportato sostanziali anomalie, nonostante avessero iniziato nuovamente a rilevare tracce di propulsione Borg e Klingon, ma i dati riportati dai sensori sembravano essere parecchio confusi, nonostante entrambi i vascelli fossero stati dotati delle attrezzature più aggiornate di cui la Flotta potesse disporre in quegli anni. Il che, considerando che si usciva da un lungo periodo di guerra, implicava una certa attenzione per la tecnologia strettamente di ambito militare, quale poteva essere quella relativa ai sensori a diversa definizione.

«Scudi alzati e armi energizzate, Capitano,» disse Ferrari, «il Tenente Ro riporta che le squadre di sicurezza sono pronte a intervenire nell’eventualità in cui ci ritrovassimo ad affrontare degli ospiti indesiderati a bordo.»
«Siamo usciti dalla curvatura,» annunciò Rouest e sul visore principale, collocato di fronte alle consolle delle operazioni e del timone, i sensori a breve e medio raggio mostrarono la zona di spazio in cui la Prometheus era sbucata dalla curvatura.
«Sto rilevando la telemetria trasmessa dalla boa lasciata dalla Leonidas,» intervenne, per la prima volta, il Comandante Nella Daren, l’Ufficiale Scientifico Capo e terzo in comando del vascello, «il Capitano R’Mau sta pattugliando in direzione zero cinque zero punto cinque cinque sei, mentre la Challenger è su un vettore inclinato di 45 gradi in direzione cinque sei due punto zero tre zero.»
«Allarme giallo. Signor Lavelle, informi la Leonidas e la Challenger che siamo arrivati sul sito e mantenga un contatto aperto con entrambi i vascelli,» ordinò Raynolds, prima di rivolgersi al timoniere: «Signor Rouest, imposti la rotta per zero nove uno punto cinque zero cinque, pieno impulso.»
«Sissignore,» fu la pronta risposta di entrambi, mentre Raynolds rivolgeva la propria attenzione agli altri ufficiali di plancia: «Comandante Daren, Comandante Ferrari, scansioni a medio e lungo raggio a rilevare eventuali segni Borg. Sala macchine - disse, toccando l’interfono collegato alla propria postazione - tenetevi pronti per eventuali manovre evasive e interventi di riparazione.»

Il colore ambrato dell’allarme giallo illuminava a intermittenza l’interno della plancia, le luci soffuse rendevano l’ambiente più cupo di quanto non fosse solitamente, ma senza arrivare ai livelli di oppressione che sembravano venir raggiunti quando si chiamava l’allarme rosso.
Con studiata lentezza, la Prometheus si inoltrò all’interno dell’area dove, probabilmente, l’ammiraglia klingon era sparita, senza apparentemente lasciare alcuna traccia - fatto così sorprendente che nemmeno su Qo’noS riuscivano a spiegarsi cosa fosse accaduto (nonostante qualche vago tentativo di addossare alla Federazione la colpa, subito castrato dal pronto intervento dell’Ambasciatore Worf, in buona fede convinto che la Federazione e la Flotta non avessero responsabilità in merito).

«I sensori stanno rilevando informazioni contrastanti,» fece notare, a un certo punto, Nella Daren, osservando con attenzione il flusso di dati che scorreva sulla propria consolle. Dalla propria postazione, Ferrari stava analizzando gli stessi dati che passavano sotto gli occhi della collega, nel tentativo di scoprire se si trattasse o meno di una trappola, dovendo constatare come Daren avesse ragione: i dati erano contrastanti. E la cosa non aveva senso. Ferrari fece eco a Daren: «Rilevo un picco di cronitoni in dispersione.»
L’ufficiale scientifico disse a sua volta: «Confermo il rilevamento. Potrebbe essere collegato alla incoerenza del segnale della nave klingon. La sua traccia sembra apparire e sparire in diverse coordinate senza avere un percorso logico.»
Taanis, che si era voltata in maniera tale da poter vedere in faccia entrambe le donne, ordinò: «Raccogliete e analizzate quanti più dati possibile, tra mezz’ora voglio tutti gli ufficiali superiori in sala riunioni.» Non aspettando di vedere le due ufficiali entrare in azione, la Trill si voltò nuovamente verso prua: «Signor Lavelle, contatti la Leonidas e la Challenger e informi loro che vorrei i Capitani R’Mau e Simm partecipanti al nostro briefing

Sistema Solare, U.S.S. Enterprise (NCC-1701-E) - McKinley Station, sala tattica di Jean-Luc Picard

«Grazie per essere arrivati così in fretta, Jean-Luc,» la voce dell’Ammiraglio Owen Paris usciva nitida dal terminale collocato sulla scrivania della sala tattica del Capitano Jean-Luc Picard, della nave stellare Enterprise, seduto dietro la propria scrivania, di fronte al computer dove campeggiava l’immagine di Paris e del suo ufficio a bordo della Stazione McKinley.
«Assolutamente nessun problema, Ammiraglio,» rispose Picard, prima di prendere un lungo sorso dalla tazza di Earl Grey caldo che si era replicato poco prima di accettare la comunicazione. «Il Consigliere Troi non vedeva l’ora di mettersi all’opera. E di ritornare a lavorare fianco a fianco al Consigliere Tigan, di cui mi ha parlato molto bene prima di arrivare qua.»

«Ezri Tigan merita tutti gli elogi fatti dai suoi superiori,» annuì Paris, «sta dimostrando di essere un ottimo ufficiale, nonostante le sue apparenti goffaggine e insicurezza.» Picard sorrise appena: «Non è sempre l’abito a fare il monaco, Ammiraglio. Guardi il Tenente Barclay: nonostante tutte le sue difficoltà, lo considero uno dei migliori ingegneri con i quali mi sia ritrovato ad avere a che fare.»
«Questo è senza dubbio vero,» rispose l’Ammiraglio, «nonostante Barclay sia probabilmente più problematico rispetto al Tenente Tigan, almeno da un punto di vista di dipendenze e di insicurezze. Il Consigliere, con l’esperienza maturata, ha avuto modo di sviluppare anche una maggiore sicurezza nelle proprie capacità e nelle proprie competenze. Il Tenente Barclay sembra sempre più a suo agio con degli ologrammi che con degli individui in carne e ossa, nonostante da quel punto di vista abbia fatto passi da gigante.»
«Non mi sembra tanto diverso dal Dottor Zimmerman,» fece notare Picard. «Non era lui a essersi circondato di ologrammi? A partire dal suo laboratorio, ma anche includendo una iguana e la sua assistente personale?»

«Vero,» ammise Paris, «inoltre il signor Barclay ha nuovamente ripreso ad andare in terapia, come lei ben sa. A differenza del Dottor Zimmerman, che è fin troppo eccentrico e non sembra voler accettare l’idea che qualcuno possa prendersi cura di lui…» Picard stava semplicemente annuendo al discorso di Paris, ricordando alcuni precedenti rapporti che volevano la presenza del Medico Olografico d’Emergenza della Voyager trasmesso nel Quadrante Alfa per circa un mese, con l’obiettivo di convincere l’irascibile ingegnere a farsi visitare un ultima volta, nell’estremo tentativo di trovare una cura a quanto rischiava di farlo morire.
«Immagino non mi abbia contattato solo per parlare delle stranezze del Dottor Zimmerman, Ammiraglio,» ne approfittò Picard, quando l’altro ufficiale smise di parlare.

«Sempre dritto al punto,» annuì l’Ammiraglio, poco sorpreso dalla perspicacia dell’ufficiale che aveva di fronte: sempre ligio al proprio dovere, Jean-Luc Picard non era una di quelle persone che si tirava indietro di fronte alla necessità, anche quando essa non era rosea per la sua nave e il suo equipaggio, come dimostrato più di una volta.
«Ho bisogno di inviare l’Enterprise su Betazed, a sostenere l’impegno di ricostruzione dopo la devastazione perpetrata dalle forze del Dominio durante la guerra e l’occupazione del pianeta…»

*

Il Consigliere Deanna Troi si era appena accomodata alla scrivania dell’ufficio assegnatole a bordo della Stazione McKinley, che il campanello all’ingresso risuonò quasi con insistenza, annunciando un visitatore inaspettato.
Con un leggero sorriso a incurvare le labbra, chiamò con un sonoro «Avanti!» la persona che si era appena presentata all’ingresso: le porte scorrevoli si aprirono, rivelando la giovane Tenente Ezri Tigan, Consigliere della Prometheus e, precedentemente, di Deep Space 9, dove le due donne si erano conosciute.

Mentre la Trill entrava nell’ufficio, lasciando che le porte le si richiudessero alle spalle, Troi si alzò da dietro la scrivania e le si avvicinò a braccia aperte, stringendola in un caloroso abbraccio: «Ezri, è sempre un piacere rivederti! Come stai?»
«Molto bene, grazie,» rispose, chiaramente a disagio persino per chi non disponesse di doti empatiche come la mezza Betazoide, la donna era un po’ in imbarazzo e sul chi vive; Deanna, perciò, cercò di metterla a proprio agio, invitandola ad accomodarsi su uno dei comodi divanetti che decoravano l’ampia stanza e offrendole qualcosa da bere.

Con in mano le tazze fumanti fornite dal replicatore in dotazione all’ufficio, Troi disse: «Mi hanno riferito che ora presti servizio a bordo della Prometheus, uno dei nuovi prototipi a disposizione della Flotta Stellare.»
La Trill sorrise, le guance leggermente arrossate per l’imbarazzo, mentre beveva un sorso del tè rigeliano che Troi le aveva offerto: «È stata il Colonnello Kira a raccomandarmi per l’incarico, un paio di anni fa. Non ho mai pensato che mi ritenesse un buon ufficiale, sembrava sempre infastidita dalla mia presenza.»
«Ho avuto la stessa impressione anche io, del Colonnello. Per quel poco tempo che sono stata sulla stazione sembrava sempre rimproverare tutti, e il suo carattere non è mai stato poi così affabile; ma ho imparato che è il suo modo di fare e, dovessi dirti, penso che il raccomandarti per un incarico di maggiore responsabilità sia stato il suo modo per dimostrare quanto ti ritenesse brava nel tuo lavoro.»
Il Tenente abbassò leggermente lo sguardo, rifugiandosi nella bevanda calda: avere a che fare con Deanna Troi, come aveva constatato proprio in quei giorni in cui si erano incontrate su Deep Space 9 ormai diversi anni prima, era per lei come sentirsi sempre sotto esame. E, anche se le due donne condividevano la stessa professione, Tigan guardava a lei come uno studente al primo anno di Accademia guarda al decano dei professori.

«Allora,» riprese a dire Deanna, cambiando discorso, «che ne dici se iniziamo a pianificare gli incontri con l’equipaggio della Voyager? Saranno settimane molto impegnative ed è meglio essere pronte a ogni evenienza.»
Ezri annuì, poggiando la tazza sul tavolo di fronte il divanetto dov’erano sedute: «Sì, volevo parlarle proprio di questo…»
Il disagio della Trill non sembrava scemare, nonostante tutto, quindi l’altra donna decise di andare direttamente al punto della questione, mettendole una mano sul braccio: «Lavoreremo assieme, Tenente, non dovranno esserci remore ad affrontare con me ogni possibile perplessità.»
Ezri non cercò nemmeno di nascondere ciò che pensava, ben consapevole che con una psicoterapeuta del calibro di Deanna Troi, perdipiù dotata, in virtù del suo retaggio genetico, di alcune delle capacità empatiche specifiche dei Betazoidi, non avrebbe avuto molte possibilità di successo: «Posso solo imparare da lei, Comandante. Lavoreremo assieme e apprezzo davvero tanto che voglia farmi sentire al suo livello, ma non penso lo si sarà mai. Voglio dire… lei è Deanna Troi.»
L’altra psicologa inarcò ironicamente un sopracciglio: «È un po’ presto per farmi un monumento, non trovi?» Facendo mentalmente conto dei grandi, immensi traguardi raggiunti dalla collega - e scegliendone uno - Ezri osservò: «Ma lei ha avuto in analisi Zefram Cochrane
A quel punto, Deanna non poté fare a meno di sghignazzare, sotto lo sguardo allucinato della giovane Trill al suo fianco: «Detto tra noi, più che una sessione di analisi… direi che fosse una bevuta al bancone del bar. Credimi, ho avuto esperienze migliori, durante i miei anni di servizio…»

«Ma era Zefram Cochrane…!» esclamò, quasi balbettando, l’altra. «Zefram Cochrane e il giorno del Primo Contatto. E ha salvato la storia dell’intera Federazione, io non potrò mai essere al suo livello!»
«Magari sarai anche meglio,» osservò, con nonchalance, Troi, appoggiando a sua volta la tazza sul tavolo, prima di alzarsi per andare fino alla scrivania, dove all’arrivo della Trill aveva lasciato il PADD con tutte le informazioni relative all’equipaggio della Voyager. «Quanti ufficiali della Flotta hanno salvato e continueranno a salvare la Federazione? Archer, Pike, Kirk, Garrett, Sisko, la stessa Janeway; e chissà quanti altri in futuro…» continuò, ritornando con il PADD in mano dall’altra donna e sedendosi nuovamente al suo fianco.

«Sì, beh, forse è ancora presto per me,» mugugnò, ancora un po’ in difficoltà Ezri, prima che Troi le chiedesse cosa volesse dirle in merito all’organizzazione delle terapie con l’equipaggio della classe Intrepid.
Quasi balbettando, Tigan rispose: «Beh, in questi giorni avrei bisogno di gestire alcuni pazienti sulla Prometheus, se fosse possibile… ovviamente lo farei da remoto, però… ecco, sarei costretta a saltare alcuni turni con l’equipaggio della Voyager. Non vorrei lasciarli senza… supporto. Eravamo arrivati a dei buoni livelli con alcuni di loro e ora hanno questa missione, insomma...»
Troi inarcò un sopracciglio: «Era questo quanto volevi chiedermi? Non preoccuparti,» aggiunse, tranquillizzandola, «anche io dovrò sistemare la mia agenda in base ad alcuni appuntamenti che non posso annullare. È per questo che volevo organizzarmi con te: lavorando assieme, riusciremo a coprirci meglio e a incastrare tutto quanto nel modo migliore possibile.»

*

«Rotta impostata per Betazed, Capitano,» osservò l’ufficiale al timone, il Tenente Kell Perim, mentre, con destrezza, allontanava l’Enterprise dalla forza gravitazionale della Terra che, per quanto debole a quell’orbita, tentava comunque di imprigionare l’imponente vascello di classe Sovereign e di trascinarlo verso il lucente pianeta sottostante.
«Proceda a un quarto di impulso, Tenente,» ordinò Jean-Luc Picard, comodamente seduto sulla propria poltrona, le gambe accavallate l’una sull’altra. «Dopo aver lasciato l’orbita terrestre, vada gradualmente a pieno impulso. Entreremo a curvatura una volta fuori dal Sistema Solare, fattore 7.»
«Sì, signore, un quarto impulso, in aumento, signore,» rispose prontamente Perim, mentre dalla postazione operativa al suo fianco, il Tenente Comandante Data, l’androide che ricopriva anche l’incarico di secondo ufficiale, riportava: «Le frequenze sul traffico di comunicazione sono passate dal Controllo Orbitale della Terra al Controllo Orbitale di Utopia Planitia.»
Qualche minuto dopo, allontanatisi a sufficienza dalla Terra e dalla Stazione McKinley, Perim aumentò la velocità a pieno impulso: fintanto che sarebbero rimasti all’interno del Sistema Solare, come in ogni altro sistema planetario, le norme di sicurezza imponevano a tutti i vascelli - federali e non - di non entrare in curvatura.

Avendo trasmesso tutti gli ordini necessari, Picard aveva tutte le intenzioni di trasferirsi nella sua sala tattica, collocata a fianco della plancia, a sistemare alcuni rapporti che richiedevano una sua revisione e valutazione diretta - come nel caso delle valutazioni sull’equipaggio fornitegli proprio quel mattino dal suo Primo Ufficiale - quando il Tenente Christine Vale, dalla postazione tattica e dopo aver silenziato alcuni allarmi, annunciò: «Signore, i sensori a lungo raggio stanno rilevando qualche lettura anomala…»
«Di che tipo, Tenente?» Picard domandò, mentre iniziava a scorrere il display tattico posto sulla propria poltrona, seguito una frazione di secondo dopo da Riker, che alla sua destra iniziò a verificare il flusso di dati che stava ricevendo al proprio terminale.
Fu il Comandante Data ad andare in soccorso alla collega, da poco nuovo capo del dipartimento tattico e della sicurezza, rispondendo: «Le sto rilevando anche io: sembrano essere fluttuazioni spazio-temporali, di matrice borg.»

Riker alzò immediatamente lo sguardo, preoccupato, incrociando gli occhi di Picard: se davvero c’era qualche residuo della Collettività Borg, nella zona, l’uomo sarebbe dovuto essere in grado di sentirli nella propria testa, come già successo in passato, durante la missione che aveva visto l’Enterprise finire indietro nel tempo al 2063, poche ore prima il fatidico primo contatto tra gli umani e un vascello di ricognizione Vulcaniano che aveva registrato sui sensori l’entrata in curvatura del primo vascello a curvatura dell’umanità, la Phoenix.
Picard si limitò a scuotere impercettibilmente il capo: per esperienza, sapeva riconoscere le voci della Collettività all’interno della sua testa e, in quel contesto, non ne aveva avuto sentore alcuno. Riportando l’attenzione verso i suoi ufficiali, Picard domandò: «Allarme giallo. Signor Data, Tenente Vale, cosa potete dirmi di più?»
Alla postazione tattica, collocata immediatamente alle spalle di Picard e Riker e della poltrona vuota del Consigliere Troi, Vale scosse la testa, esasperata dalle letture apparentemente inconsistenti che stava ricevendo sul proprio terminale: «I dati non sono chiari, signore, non riesco a venirne a capo… continuano a lampeggiare, comparendo e scomparendo senza un motivo o una logica apparenti.»

La donna non fece in tempo a continuare il suo rapporto, che un imponente scossone riverberò sugli scudi della nave, mandando gambe all’aria buona parte del personale di servizio in plancia e facendo quasi schiantare Vale sulla propria postazione, mozzandole per qualche istante il fiato e facendole vedere per qualche secondo tutto nero.
In reazione al potente colpo subito, le luci in plancia, come sul resto dell’Enterprise, si abbassarono e si passò, automaticamente, da una condizione di allarme giallo a una di allarme rosso, mentre Data, uno dei pochi a non essere stato sbalzato dalla propria postazione e forse l’unico a non sottostare a reazioni ‘umane’, ordinò via intracom tutti gli uomini ai posti di combattimento.
Qualche secondo più tardi, la roboante voce del Comandante Riker si fece strada tra la cacofonia della plancia, ordinando un rapporto su quanto stesse succedendo. Sullo schermo, posto di fronte le postazioni occupate da Perim e Data, comparve un’immagine inquietante agli occhi sorpresi degli ufficiali di plancia. Picard fece giusto in tempo a ordinare una manovra evasiva al proprio timoniere, prima che l’attacco riprendesse a martellare gli scudi difensivi dell’Enterprise.

Sistema Solare, U.S.S. Prometheus (NX-74913) - un parsec dalla Terra, sala riunioni

«Abbiamo quindi ragione di ritenere che la Negh’Var sia stata investita da un massiccio fronte residuale di cronitoni, generato dalla Sfera Borg in uscita dal condotto di transcurvatura,» stava dicendo il Comandante Daren, in piedi davanti ad un ampio pannello visore, mentre illustrava in sala riunioni agli ufficiali superiori della Prometheus i dati raccolti fino a quel momento, aggiungendo le conclusioni a cui era giunta confrontandosi con il suo staff e Ferrari. Alla riunione erano virtualmente presenti, nonostante ancora a bordo dei propri vascelli, i Capitani R’Mau della Leonidas e Simm della Challenger, entrambi silenziosi.

Il Tenente Comandante T’Sarla, accomodatasi alla sinistra del Capitano, dopo aver inserito alcuni dati su un grosso PADD rosso, intervenne: «Il fatto che la Voyager abbia danneggiato la sfera dall’interno può aver causato degli squilibri al campo di contenimento cronitonico che i Borg utilizzano per compensare la transcurvatura e i relativi sfasamenti temporali.»
Sam Lavelle, che raramente perdeva occasione di punzecchiare la collega, in reazione alla severità dell’osservazione della vulcaniana, si lasciò andare ad una considerazione estemporanea, apparentemente fuori luogo, ma che sottintendeva una eventualità decisamente pericolosa, ovvero il fatto che la nave Klingon fosse stata spostata nel tempo. Ed essendo accaduto così vicino alla Terra il pensiero che fosse stata proiettata nel passato del pianeta centrale della Federazione era, a tutti gli effetti, un rischio da tenere a mente: «E quindi sarebbe finita a Bozeman nel 2063?»

I diari di bordo dell’Enterprise-E erano ormai oggetto di studio, non solo per gli allievi all’Accademia, ma anche per gli ufficiali che aspiravano a una fulgida carriera, e di sicuro Lavelle non mancava occasione per mettersi in mostra, nonostante la sua apparente sfacciataggine. Fu Ferrari a rispondere al collega, agitando vistosamente il PADD che aveva tra le mani: «No, in quel caso la sfera Borg aveva sfruttato il campo cronitonico per aprire un tunnel di transcurvatura temporale, ed era stata una mossa intenzionale. In questo caso si può ipotizzare che l’effetto sia stato del tutto accidentale.»
Taanis fece cenno a Daren di continuare: «Tenendo conto delle marcature temporali non consequenziali della scia quantica lasciata dalla Negh’Var, riteniamo che la nave klingon stia saltando nel tempo in maniera erratica, in un intervallo temporale  molto circoscritto.»

Con uno scambio di sguardi complice la parola passò nuovamente a Ferrari: «Dal momento dell’arrivo della Voyager ad… adesso. Considerando l’adesso come un momento in continuo aggiornamento.»
Taanis prese la parola: «In sostanza dobbiamo trovare una nave corazzata klingon che appare e scompare. C’è modo di predire dove e quando apparirà?»
Mentre la Trill parlava, Daren aveva ripreso il proprio posto, al fianco dell’Ufficiale Medico Capo, un Benzita di nome Barak; Ferrari, che aveva dato una veloce occhiata al PADD che si era portata appresso, incrociò accidentalmente lo sguardo preoccupato del Comandante Reynolds, il quale non perse l’occasione per imbeccare il Capo della Sicurezza: «C’è dell’altro, vero?»
«Ovviamente, Comandante - rispose in maniera asciutta Ferrari, ben conscia di dover essere lei a riportare la cattiva notizia, ma non per questo più felice di farlo - e, in questo caso, c’è davvero di peggio.»

Senza alzarsi, alla fine non ce n’era davvero bisogno, Ferrari trasmise alcuni dati dal proprio PADD al visore principale, dove fino a poco prima era stata la Daren a gestire la presentazione, illustrando la situazione studiata prima della riunione congiunta. Anche sulla Leonidas e sulla Challenger venne mostrato quanto presentato nella sala riunioni a bordo della Prometheus: una mappa dello spazio circostante, costellata da varie rilevazioni di avvistamento, a ognuna delle quali corrispondeva una marcatura temporale e una precisa frequenza subspaziale, una delle quali identificante una delle suddette rilevazioni come un vascello, di chiara origine klingon, in una data posizione in un dato momento. Ad un occhio attento poteva apparire che la frequenza di riferimento mutava progressivamente, scivolando verso cifre ben note ad ogni ufficiale della Flotta. Ferrari digitò un comando sul suo PADD e quelle marcature si convertirono in un più semplice sistema di identificazione, con la nave Klingon identificata con un logo a tre punte indicante la chiara appartenenza di quel specifico punto all’Impero Klingon. Ma più la frequenza mutava e più quel logo assumeva la forma di una verde chela Borg.

Per la prima volta dall’inizio di tutta quella riunione, il Capitano R’Mau, della Leonidas, ruppe il silenzio, grevemente: «Sono stati assimilati.» Un senso di gelo pervase tutti gli ufficiali presenti in quel momento, persino l’ufficiale vulcaniano al comando della Challenger sembrò essere preso in contropiede, nonostante non lo desse a vedere: la più potente nave da guerra klingon mai costruita era stata assimilata e ora sembrava saltare nel tempo e nello spazio, indisturbata, a due passi dal pianeta Terra.
A disturbare il momento di teso silenzio che si era andato a creare, la voce del Tenente T’Pring, rimasta a coordinare le attività della plancia durante la riunione, di stampo prettamente militare: «Capitano, stiamo ricevendo una richiesta di soccorso dall’Enterprise: sono sotto attacco e richiedono immediato intervento: è la Negh’Var.»

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