QUEL CHE SEGUÌ: CAPITOLO UNO (T)

Sistema Solare, U.S.S. Prometheus (NX-74913) - meno di un anno luce dalla Terra

«Per quanto ancora ci faranno girare in tondo, secondo voi?»
Sam Lavelle, che al suo primo incarico aveva prestato servizio a bordo dell’Enterprise-D, era stato trasferito a bordo della Prometheus dietro esplicita richiesta del Capitano Taanis, andando a ricoprire l’incarico di ufficiale operativo e membro dello staff di comando, ottenendo il rango di Tenente Comandante. Giovane prodigio, nonostante la sua smania di scalare le gerarchie della Flotta Stellare il più velocemente possibile e riuscire a battere Kirk, non era ancora riuscito nell’impresa, probabilmente perché, a differenza del leggendario Capitano, tendeva a giocare molto più pulito e a rispettare le regole.

Fu Ferrari, in quel momento seduta sulla poltrona normalmente occupata dal loro ufficiale comandante, a rispondergli, mentre analizzava alcuni dati che le venivano trasmessi dalle varie stazioni presenti sul ponte: «Fino a quando non saremo certi che i Borg non ci abbiano lasciato qualche brutto scherzo, Sam. Non vogliamo un altro Wolf 359, se possiamo evitarlo.»
«Mi sembra giusto,» commentò, dal timone, Rouest, mentre si assicurava che il vascello mantenesse la rotta ordinata, prima di lasciare la plancia, dal Capitano. Dei tre, nessuno si era anche solo lontanamente avvicinato a Wolf 359 durante gli scontri tra la Federazione e i Borg, risalenti al 2367, quando Jean-Luc Picard, trasformato in Locutus, era stato costretto a vedere morte e distruzione causate per suo tramite. Le ripercussioni di quello scontro, però, erano state tali che anche sulla Terra, comunque a diversi anni luce dal luogo del massacro, le notizie di quanto accaduto erano arrivate in un battibaleno, mostrando morte e distruzione su scala tale che solo in un’unica altra occasione, con la Guerra del Dominio, si sarebbe riusciti a fare di peggio.

«Le altre navi di pattuglia hanno rilevato qualcosa valevole di nota?» Ferrari, questa volta, diresse la domanda a Ro Laren, il Tenente che, in quel momento, occupava la postazione tattica normalmente gestita da Ferrari stessa. Oltre alla Prometheus, alla quale l’Ammiraglio Paris aveva ordinato di perlustrare la zona immediatamente circostante l’uscita del condotto transcurvatura borg da dove la Voyager aveva fatto la sua maestosa entrata qualche ora prima prima, erano stati dispiegati altri vascelli a controllare l’area, per coprire in breve tempo uno spazio maggiore e avere, al contempo, una piccola forza pronta a rispondere immediatamente al pericolo, in attesa dei rinforzi.
«Niente da riportare, Comandante,» rispose prontamente Ro, dopo aver dato una veloce occhiata alla propria console e verificando, per buona misura, il collegamento con gli altri ufficiali tattici, tramite i quali la piccola flotta si coordinava. Le navi che, con la Prometheus, si erano ritrovate ad affrontare nell’immediato l’arrivo della temuta flotta di invasione Borg, erano state inviate come scorta della Voyager fin verso la Terra. A scandagliare la zona, facendo riferimento alla stessa Prometheus, si erano invece dedicati i vascelli richiamati da alcuni dei settori più lontani e che erano sopraggiunti sul luogo solo in un secondo momento.

«Mhm,» mugugnò, senza troppa convinzione, Ferrari. Sospettosa di natura, soprattutto dopo alcuni eventi chiave della sua carriera (che avevano accentuato di molto questo suo tratto di personalità), non credeva essere tempo perso mostrarsi cauti, in particolar modo nei confronti di un avversario temibile e inesorabile quanto potessero essere i Borg.
«I nostri sensori continuano a non rilevare l’ammiraglia Klingon,» continuò Ro, anticipando la domanda successiva dell’altra donna. Il vascello in questione sembrava essere svanito nel nulla poche ore prima, senza lasciare traccia rilevabile ai sensori, il che, ovviamente, costituiva un serio problema diplomatico: l’Impero Klingon, da poco rientrato all’interno degli Accordi di Khitomer dopo esservene uscito unilateralmente agli inizi della Guerra contro il Dominio, era sempre disponibile ad aprire una faida quando l’occasione si presentava.

«Voglio continue scansioni dell’area, signori,» ordinò Ferrari, senza troppi giri di parole, «quella nave dev’essere da qualche parte, non può essere svanita nel nulla. I nostri sensori devono aver rilevato qualcosa, non è possibile che una nave scompaia senza che ne rimanga traccia.»
Un coro di «Sì, signore,» seguì l’ordine. Ferrari aprì, a quel punto, un canale con la sala macchine: «Capo, è possibile migliorare ulteriormente la sensibilità dei nostri sensori?» La risposta del Tenente Comandante T’Sarla, Capo Ingegnere della Prometheus, non si fece attendere: «I sensori sono già al limite, Comandante.» Ferrari inarcò un sopracciglio: «Trovate il modo, Capo. È fondamentale non lasciare nulla al caso. Plancia, chiude.»

Sistema Solare, U.S.S. Voyager (NCC-74656) - orbita della Terra

«Non credevo saremmo riusciti mai a rivedervi, Kathryn,» ammise senza peli sulla lingua l’Ammiraglio Owen Paris, accomodato al fianco del Capitano Kathryn Janeway, ufficiale comandante della U.S.S. Voyager, nella saletta tattica a bordo del vascello di classe Intrepid. L’ammiraglio era stato al comando della Icarus quando la donna si era diplomata all’Accademia, iniziando la carriera proprio come ufficiale scientifico junior prestando servizio sotto Paris prima sulla Icarus e, successivamente, sulla Al-Batani (una classe Excelsior), per poi indirizzare il proprio percorso lavorativo verso il curriculum di comando.

«Ammetto di aver avuto anche io dei momenti di scoramento, Ammiraglio,» commentò Janeway, sorseggiando da una tazza metallica, con il logo della Federazione Unita dei Pianeti, del caffè bollente replicato. Appoggiata comodamente al divanetto dov’erano entrambi seduti, osservò con attenzione il suo superiore, trovandolo molto cambiato dall’ultima volta che avevano avuto modo di vedersi l’una di fronte all’altro. Ma non dubitava che, agli occhi di lui, anche lei non fosse più la stessa persona che era un tempo, quando la Voyager le era stata assegnata con l’incarico di inseguire una nave Maquis, la Val Jean, nelle Badlands, un’area di spazio collocata poco distante da Deep Space 9 e conosciuta per le intense tempeste di plasma e anomalie gravitazionali che ne rendevano ardua la navigazione.

«Quando il Tenente Barclay,» continuò Paris, «mi disse di aver trovato il modo di mettersi in contatto con voi, e che lo si potesse fare in pianta stabile, anche se una volta ogni 30 giorni, non ci volevo credere.» Scosse la testa, per poi bere a sua volta dalla tazza di tè che Janeway gli aveva offerto: «Barclay è sempre stato visto come un tipo strano, nervoso, con poca fiducia nelle proprie capacità e con problemi a relazionarsi con le persone attorno a lui. Nonostante i rapporti del Capitano Gleason e del Comandante La Forge, Ingegnere Capo dell’Enterprise, parlassero bene di lui, il Comandante Harkins non sembrava accordargli lo stesso riguardo. Eppure, Barclay ha dimostrato ancora una volta che tutti noi ci sbagliavamo. Gleason e La Forge avevano ragione, su tutta la linea.»
Janeway sorrise: «Dobbiamo al Tenente Barclay molto, Ammiraglio. Il suo lavoro ha migliorato e rafforzato notevolmente l’entusiasmo dell’equipaggio e, inoltre, la possibilità, negli ultimi mesi del nostro viaggio, di poter contattare giornalmente, anche se per pochi minuti, i nostri cari… non sapete davvero quanto abbia aiutato.»
L’uomo ricambiò il sorriso, stringendo con affetto la mano dell’altra ufficiale: «Ha migliorato la giornata a molti di noi, Kathryn. Sono davvero molto contento che, alla fine, siate riusciti a ritornare da noi nonostante gli imprevisti a cui siete andati in contro.»

Con un’ultima stretta, lasciò andare la mano della donna e si sporse ad appoggiare la tazza sul tavolino da tè collocato proprio di fronte al divanetto, con l’intento, poi, di alzarsi in piedi, il tono nuovamente formale: «Ci vorrà un po’ prima che il Comando della Flotta Stellare dia il via libera per farvi finalmente sbarcare una volta per tutte sulla Terra, Capitano.» Janeway, a sua volta alzatasi dopo aver appoggiato la propria tazza al fianco di quella di Paris, annuì: era comprensibile che il Comando volesse almeno completare gli esami di routine sull’equipaggio ed effettuare una valutazione psicologica prima di autorizzare lo sbarco. Si trovò, comunque, costretta a osservare: «Ammiraglio, per quanto comprenda la necessità di tutte queste precauzioni, posso assicurarvi che il nostro ufficiale medico è stato piuttosto scrupoloso e meticoloso nei suoi rapporti. Se avessimo avuto qualcosa di infettivo, non sarebbe stato permesso a nessuno di salire a bordo della Voyager, men che meno a un Ammiraglio della Flotta Stellare.»
«Lo so,» rispose Paris, alzando le mani in segno di pace, «ma il vostro medico, dopotutto, è solo un ologramma… ha operato, ininterrottamente, per sette anni. Oltre a essere, ormai, un modello obsoleto, può essere che il suo programma abbia iniziato a corrompersi… vogliono solo essere cauti.»
«La cautela, Ammiraglio, è qualcosa che posso accettare,» rispose risentita Janeway, cercando comunque di trattenere le parole più aspre, «ma il Dottore è a tutti gli effetti un membro del mio equipaggio; un membro chiave, per di più. Senza il quale non saremmo sicuramente sopravvissuti per tutti questi anni, lontani dalla Federazione: la sua scrupolosità e competenza sono fuori discussione.»
«Non se la prenda a male, Capitano, dopotutto io sono qui. Non è questo un gesto di fiducia?» Janeway inarcò un sopracciglio, ma non disse altro; piuttosto, accompagnò Owen Paris fino in plancia, da dove l’Ammiraglio venne scortato fino alla sala teletrasporto più vicina dal Tenente Ayala e altri due ufficiali appartenenti al complemento della sicurezza.

*

L’Infermeria della Voyager, nonostante l’agognato ritorno nel Quadrante Alpha fosse stato finalmente conseguito, risultava sorprendentemente affollata: sebbene fossero passati già diversi giorni dal parto, infatti, il Dottore aveva preferito tenere sotto osservazione la piccola Miral Paris e la madre, il Capo Ingegnere Torres, per assicurarsi che non ci fossero problemi di alcun tipo - le avrebbe dimesse giusto quel pomeriggio, ad accertamenti terminati.
Il Tenente Paris, che negli ultimi anni aveva servito come infermiere - andando a sostituire, de facto, Kes, dopo la partenza di quest’ultima - stava monitorando, con un tricorder medico, il livello dei neuropeptidi di Tuvok, il Capo della Sicurezza della Voyager, che al momento era sedato su un lettino. Il Vulcaniano aveva subito un trattamento d’urgenza nel quale aveva ricevuto dal figlio primogenito, ora nuovamente a bordo dello spacedock in orbita attorno alla Terra, una intensa fusione mentale, una pratica vulcaniana denominata Fal-tor-voh, necessaria per curarlo da un disturbo degenerativo che l’aveva colpito nel Quadrante Delta. La procedura sembrava andata a buon fine e, stando alle analisi, il Vulcaniano pareva non rischiare ricadute successive.
Sette di Nove e Icheb, i due ex Borg residenti a bordo della Voyager, erano in attesa del loro check up di routine, che il Dottore eseguiva regolarmente una volta al mese, con l’intenzione di monitorare costantemente gli impianti Borg ancora presenti nei rispettivi organismi.

Chakotay, l’ufficiale esecutivo della Voyager, entrò in Infermeria pochi istanti dopo la dimissione di B’Elanna e di Miral, con il Dottore che si era appena dedicato ai controlli di routine su Sette di Nove, canticchiando una delle sue arie preferite, tratta da Giuseppe Verdi, La donna è mobile.
«Dottore,» esordì l’uomo, rivolgendosi all’ologramma, «il Dipartimento Medico della Flotta Stellare ha nuovamente richiesto i file medici dell’equipaggio. Quando sarà possibile inviarglieli?»
«Non appena avrò concluso i controlli su Sette e Icheb, Comandante,» fu la pronta risposta del medico, mentre continuava, senza apparente fretta, il suo lavoro. «Stiamo anche aspettando i risultati delle analisi che il Tenente Paris sta effettuando sul Comandante Tuvok. Da quello che possiamo vedere fino a questo momento, comunque, l’intervento del figlio non poteva essere più tempestivo di così: se fossimo arrivati sulla Terra secondo la timeline dell’Ammiraglio Janeway, le sue condizioni sarebbero degenerate al punto tale che difficilmente si sarebbe stati in grado di intervenire.»
«Qual è la sua stima, Dottore? Per i rapporti completi,» aggiunse Chakotay, leggendo la domanda negli occhi del collega. «Per le 12:00 il Dipartimento Medico avrà tutto il necessario, Comandante,» gli rispose il Dottore, tornando a concentrarsi sul proprio lavoro, aggiungendo quasi come se fosse un ripensamento: «La terrò informata.»

Chakotay sorrise appena, prima di lasciare l’Infermeria: il Medico Olografico d’Emergenza della Voyager, un Mark I, era migliorato molto nel proprio rapportarsi con il resto dell’equipaggio. Programmato per entrare in azione nei momenti di crisi, in cui lo staff medico aveva bisogno di una mano aggiuntiva, con l’arrivo burrascoso del vascello federale nel Quadrante Delta si era ritrovato costretto a rimanere attivo per tutto il viaggio di ritorno. Questo peculiare fatto aveva portato quello che era un ‘semplice’ programma a superare la propria programmazione di base, fondamentalmente diventando una forma di vita totalmente nuova e inaspettata; nonostante le difficoltà iniziali - l’equipaggio ci aveva messo diverso tempo ad accettare a tutti gli effetti il Dottore come uno di loro - alla fine era diventato un membro prezioso, con gli stessi diritti e doveri impugnati dai colleghi.
Ma ora che avevano finalmente raggiunto l’obiettivo tanto agognato, si era trovato di fronte a un problema non da poco - in precedenza già affrontato, almeno in parte: la natura e la definizione di ‘forma di vita senziente’ che poteva o meno essergli attribuita, in base a stilemi etici non ben definiti. Non era la prima volta che accadeva una situazione del genere, considerando che Data, secondo ufficiale a bordo dell’Enterprise, era stato protagonista, diversi anni prima, di una diatriba molto simile - il Comandante Bruce Maddox, infatti, aveva fatto di tutto per dimostrare che l’androide fosse più un oggetto che una forma di vita senziente, quindi di proprietà della Federazione, senza però riuscire nel proprio intento.
C’era il rischio che si ripetesse un discorso simile anche con il Dottore della Voyager, motivo per cui, il prima possibile, Chakotay si era ripromesso di parlarne con Janeway. Considerando che l’appuntamento con l’Ammiraglio Paris era programmato per terminare di lì a poco, l’ufficiale esecutivo si diresse, a passo sicuro, verso la plancia e l’ufficio del Capitano.

Sistema Solare, U.S.S. Prometheus (NX-74913) - meno di un anno luce dalla Terra

«Rapporto!» ordinò il Capitano Taanis, entrando in plancia con passo deciso e guardando verso la stazione operativa di Sam Lavelle; Ferrari, che fino a quel momento aveva occupato la poltrona del Capitano, lasciò il posto al proprio ufficiale comandante, dirigendosi verso la propria postazione tattica, rilevandola a sua volta dal  Tenente Ro che si spostò a una postazione tattica secondaria; un passo indietro rispetto a Taanis, seguiva il Comandante Raynolds.

«La Leonidas ha rilevato strane anomalie sui suoi sensori, Capitano,» esordì Lavelle, ricontrollando i suoi strumenti, «a meno di mezzo parsec dalla nostra attuale posizione.» Al timone, il Tenente Rouest aggiunse: «ETA alle coordinate in dieci minuti.»
A quel punto, fu Ferrari a prendere la parola: «Le anomalie rilevate sono coerenti con tracce Borg e Klingon, Capitano. Spiegherebbe come mai,» continuò, alzando lo sguardo dalla propria consolle e verso i suoi superiori, «non riuscivamo più a rilevare la nave del Capitano Klang sui nostri sensori.»
Taanis guardò il proprio ufficiale tattico con una peculiare intensità negli occhi: «Dove vuole arrivare, Comandante?»
Ferrari inarcò un sopracciglio: «Solo una ipotesi, signore. Ritengo sia plausibile credere che i Klingon si siano ritrovati ad avere a che fare con qualche relitto Borg ancora parzialmente attivo e che ne siano stati sopraffatti.»
«Secondo la sua analisi, la conseguenza vorrebbe che i Borg abbiano mascherato, fino al contatto con la Leonidas, le emissioni del proprio vascello e di quello di Klang?»
«La Leonidas non era sufficientemente vicino alla fonte per poter esser certa del tipo di emissioni, Capitano. Al momento, non è logico proporre alcun tipo di analisi… ci sono solo ipotesi da verificare.»
«Dove si trova la Leonidas, adesso?»
«Secondo l’ultima rilevazione, dovrebbe arrivare sul posto, seguita a stretto giro di boa dalla Challenger, tra otto minuti e trenta secondi,» rispose, dalla propria postazione, il Comandante Lavelle, che si era preso l’incarico di monitorare e coordinare, dietro ordine di Ferrari, gli spostamenti dei tre vascelli.

Taanis annuì, soddisfatta della sinergia del proprio equipaggio, mentre si sedeva sulla poltrona al centro della plancia, tra quella del Primo Ufficiale, alla destra e occupata da Raynolds, e quella del Consigliere, alla sinistra e, al momento, lasciata vacante.
«ETA in cinque minuti,» aggiornò Rouest, dal timone, senza che ci fosse bisogno di chiederlo. «La Leonidas e la Challenger riportano di essere entrambe uscite dalla curvatura,» notò Lavelle, «e hanno iniziato a scansionare con i sensori a medio e lungo raggio la zona, al momento con risultati inconcludenti.»
«Comandante,» ordinò Raynolds, «raccomandi estrema precauzione. Se davvero venissero confermate le tracce Borg, non vogliamo ritrovarci in una situazione ad alto rischio: sappiamo quanto sia difficile abbattere anche solo una delle loro navi. Non possiamo ritentare il colpo sferrato dalla Voyager, si saranno sicuramente adattati.»
«Trasmettendo, signore,» annuì Lavelle, «sia la Leonidas che la Challenger confermano. Dalla Leonidas ci informano di aver lasciato una boa impiegata come ricetrasmittente, come ulteriore precauzione.»
«Capitano,» intervenne Ferrari, «consiglio di uscire dalla curvatura con gli scudi alzati e le armi pronte, in caso ci ritrovassimo ad affrontare una qualsiasi emergenza. Non vorremmo,» aggiunse, «lasciarci prendere alla sprovvista.»
«Proceda come ritiene più consono, Comandante,» le rispose Taanis, annuendo, «in questa situazione, mi affido totalmente alle sue competenze.» Ferrari si limitò a obbedire all’ordine, senza aggiungere altro.

Sistema Vulcano, U.S.S. Enterprise (NCC-1701-E) - in rotta verso la Terra

«L’Ammiraglio Paris ha richiesto la sua presenza sulla Terra, Consigliere,» iniziò a dire il Capitano Jean-Luc Picard al proprio Consigliere Capo, il Comandante Deanna Troi, mentre appoggiava un PADD sulla scrivania del proprio ufficio. Poi si corresse: «In realtà, più che ‘richiesto’, direi che abbia ‘ordinato’ la sua presenza sulla Terra.»
Il Consigliere sembrava perplessa esattamente quanto lo era stato il suo Capitano una volta contattato da Paris: «Come mai questa richiesta, Capitano?»
«Il Comando della Flotta Stellare ritiene che, con l’esperienza accumulata negli anni passati a bordo dell’Enterprise, lei, Consigliere, sia la persona più indicata per coordinare il gruppo di terapisti che sarà approntato per effettuare le valutazioni psicologiche e psichiatriche dell’equipaggio della Voyager
«Sono onorata che il Comando mi abbia in così alta opinione, ma non penso di essere l’unica persona con questo bagaglio esperienziale sulle proprie spalle all’interno dell’intera Flotta Stellare,» osservò, gentilmente, Deanna. Picard annuì, concorde, ma aggiunse: «Nonostante io condivida la convinzione espressa, Deanna, ritengo comunque che non potessero scegliere professionista migliore. Sono sicuro che riusciremo a sopravvivere per qualche settimana senza di lei a bordo, pur non potendo che sentire la sua mancanza, come è doveroso che sia.»

I due si scambiarono un sorriso, tradendo gli anni passati in prima linea fianco a fianco, in una missione dopo l’altra, prima di continuare la conversazione, con Troi che chiese se si sapessero già i componenti che sarebbero andati a formare il team di specialisti assemblato per l’incarico. Picard scosse la testa, essendo totalmente all’oscuro della cosa: «L’unica cosa che so, da quanto mi è stato riferito, è che il suo secondo sarà una certa Tenente Ezri Tigan, distaccata dalla Prometheus.» Allo sguardo sorpreso della donna di fronte a lui, domandò: «Per caso la conosce?»
Troi annuì, con un leggero sorriso a incurvarle le labbra: «Durante gli stadi finali finali della Guerra contro il Dominio, Ezri Tigan prestò servizio prima a bordo della Destiny, un vascello di classe Sovereign, e successivamente a bordo di Deep Space 9, poco dopo l’incidente che vide il Cardassiano Dukat distruggere una Lacrima dei Profeti.» Picard le fece cenno di continuare, avendo ben presente l’avvenimento dai rapporti della Flotta: «Essendo diventata, anche se solo brevemente, la terapista di Eva Ferrari, eravamo entrate in contatto per capire in che modo organizzare le sedute. Ma non avevo idea che avesse deciso di farsi trasferire sulla Prometheus, dopo il termine degli scontri.»
«Beh, da quanto leggo sul suo file, sembra essere un’ufficiale piuttosto capace e preparata, altrimenti non avrebbe ottenuto l’incarico di capo dipartimento a bordo del suo attuale imbarco. Confido non vi siano problemi di collaborazione, quindi…?»
«Assolutamente no, signore. Mi farebbe piacere, anzi, potervi avere a che fare in prima persona,» rispose prontamente Deanna, davvero contenta di fronte a tale possibilità. «Se non c’è altro,» aggiunse, «andrei a informarmi in maniera più approfondita sull’equipaggio della Voyager e sui colleghi che mi aiuteranno durante tutto il mese prossimo, signore?»
«Vada pure, Consigliere,» le fece cenno Picard, «ma si ricordi che la voglio nuovamente a bordo dell’Enterprise una volta terminato il grosso del lavoro.»
«Ha la mia parola, signore,» gli rispose Troi, prima di alzarsi e lasciare la sala tattica, diretta verso il proprio studio.

Tornare all'indice

Tornare al Prologo

Capitolo Due

Commenti