FINALMENTE RIUNITI (T)

Il tempo sembrava essersi dilatato all'infinito per le persone - per lo più civili - a bordo del trasporto passeggeri diretto a Trillius Prime: l'assalto era scaturito dal nulla, o almeno così era sembrato loro, e da un momento all’altro si erano trovati in pericolo di vita senza la minima idea di come reagire alla minaccia che stavano affrontando. Ora, il centinaio scarso di passeggeri che era salito a bordo dell’Hikaru Maru da Deep Space 9 si era rapidamente riunito, assistito dall’equipaggio, nella sala mensa, come previsto dai protocolli di sicurezza in casi di emergenza come quello.

Le luci indicanti la condizione d’allarme lampeggiavano incessantemente, la loro ombra rossastra che si accendeva e si spegneva in maniera snervante, senza sosta. A uno dei tavoli spostati contro le paratie esterne, vicino alla parete dove si trovavano i replicatori, un giovane ktariano, stretto al petto del padre e tremante di paura, cercava a tutti i costi di mostrarsi coraggioso di fronte a una situazione che non comprendeva appieno, contemporaneamente tentando, probabilmente a livello inconscio, di allineare il lampeggio delle luci rosse con il battito cardiaco del padre.

Dal canto proprio, il cuore del padre continuava ad aumentare il proprio frenetico ritmo a ogni istante che passava, al punto che, a un certo momento, il bambino non sapeva più se fossero i sussulti sul petto del genitore o la luce che insisteva ad accendersi e spegnersi ad avere la meglio. La cognizione del tempo si perse con il procedere dell’attacco, in attesa che qualcosa cambiasse, che qualcuno annunciasse che fossero tutti salvi, al sicuro, che fossero arrivati i soccorsi. A un certo punto, vi fu uno scossone così potente che tra i passeggeri iniziò a serpeggiare il timore che lo scafo si fosse inesorabilmente squarciato, sotto l’incessante offensiva degli sconosciuti assalitori. In un gesto istintivo, il bambino si strinse di più al padre, iniziando a piangere, soverchiato dalla paura, cercando conforto nel genitore.

All’improvviso, le luci si spensero. Solo qualche istante più tardi il giovane ktariano si rese conto che tutta l’energia, anche quella riservata alle luci di emergenza, era stata dirottata a sostenere gli scudi, e persino le luci dell’allarme non lampeggiavano più. Forse quell'ingegnere in pensione che sosteneva di essere in grado di potenziare le difese della nave sapeva davvero cosa stava facendo, giù in sala macchine.
Nel buio pesto in cui, ora, la nave era immersa, il bambino riconobbe distintamente i colpi sferrati dalla nave nemica che si infrangevano sugli scudi potenziati dagli ultimi rimasugli di energia a cui il trasporto passeggeri sembrava aggrapparsi. Il padre rabbrividì e, nonostante cercasse comunque di rassicurare il figlio, il suo cuore sembrò tradirlo volendo ulteriormente accelerare dalla paura: «Andrà tutto bene, figlio mio! I soccorsi arriveranno.»

Un colpo superò gli scudi e si andò ad abbattere sulle lastre di tritanio che componevano il rivestimento esterno della nave. La tensione aumentò a dismisura e alcuni bambini iniziarono a piangere, troppo spaventati per essere zittiti dai genitori o da altri adulti che cercavano di consolarli e di tranquillizzarli. Un'altra raffica di esplosioni si abbattè sul vascello, andando a illuminare brevemente gli spazi ristretti in cui si trovavano i civili.
Il breve lampo di luce aveva mostrato alcuni corpi sparsi sul pavimento della sala mensa, ma non aveva permesso al bambino ktariano di capire se qualcuno fosse semplicemente svenuto, ferito o peggio. Vicino a lui e al padre erano raggruppati tre Trill, o almeno così gli aveva detto l'unica donna del gruppo mentre cercava di tenerlo calmo in attesa che suo padre lo trovasse durante le prime salve dei Breen.

Nel suo tentativo di distrarlo, la Trill gli aveva raccontato di come lei e i suoi colleghi fossero scienziati e del loro ultimo lavoro per l'Istituto Scientifico Trill, in collaborazione con la Flotta Stellare a bordo di Deep Space 9, la stazione spaziale da dove il trasporto era partito qualche ora prima. Gli aveva raccontato di come fossero stati due ufficiali della Flotta, uno un suo connazionale e persona a cui teneva molto a giudicare da alcune lacrime che le erano scese sulle guance, a scoprire per caso il tunnel bajoriano, che portava a un altro settore della loro Galassia, che però ora era interdetto a tutte le tipologie di vascelli a causa delle recenti tensioni tra la Federazione e il Dominio.

Aveva continuato a confortarlo, osservando che sarebbero stati salvati, da un momento all’altro, da quegli stessi ufficiali che avevano scoperto il Tempio Celeste, come veniva chiamato dai Bajoriani; come gli aveva raccontato, li conosceva bene e confidava che avessero ricevuto in un modo o nell’altro la richiesta di soccorso che il loro trasporto era riuscito a inviare prima che il loro sistema di comunicazione fosse reso inutilizzabile da un colpo sferrato dai loro assalitori.

Poi, così come improvvisamente tutte le luci si erano spente di botto, il feroce e costante sussulto della nave dovuto all'attacco cessò; le persone, ancora più spaventate di prima, non capivano cosa stesse succedendo. I soccorsi erano finalmente giunti? O gli assalitori erano inesorabilmente riusciti a superare le difese sempre più indebolite dai costanti attacchi? E, nel caso, cosa sarebbe accaduto?
Per lunghi istanti non accadde nulla.
La U.S.S.
Europa (NCC-1648-E), imponente vascello di classe Sovereign sotto il comando del Capitano T’Vok, emerse in tutta la sua maestosità dal tunnel Bajoriano, un fenomeno spaziale più unico che raro nel suo genere, in quanto collegamento stabile e naturale tra i Quadranti Alfa e Gamma.

Nonostante la missione prevedesse di passare ben 18 mesi nel Quadrante Gamma, con il duplice obiettivo di esplorare una regione della Via Lattea talmente remota da essere accessibile solo grazie al tunnel e di raccogliere quante più informazioni possibile sul Dominio, l’equipaggio era stato richiamato indietro con urgenza a causa del numero sempre più elevato di incursioni nei territori federali proprio per mano del Dominio. Cosa che stava facendo rivedere i piani esplorativi della Flotta, imponendo la ricollocazione del vascello.

L’ordine di ritornare nel Quadrante Alfa era stato trasmesso direttamente dal Comando della Flotta Stellare, e aveva raggiunto l’Europa durante gli stadi finali di un primo contatto. Era stato il Tenente Comandante Leeda Sevek, in quel momento al comando, a contattare il Capitano T’Vok mentre questa, assieme al primo ufficiale R’Mau, all’addetto della sicurezza Moq e al Tenente Lon Sonoda, ufficiale scientifico specializzato proprio nell’interfacciarsi con nuove culture, si trovava sul pianeta, informandola dei nuovi ordini provenienti dalla Terra.
In realtà, l’Europa non era stata l’unica nave a essere richiamata dalla propria missione: proprio a causa della crescente minaccia proveniente dal Dominio, la maggior parte dei vascelli inviati a esplorare lo spazio profondo dovette tornare al più presto a disposizione della Federazione e della Flotta Stellare, permettendo quindi al Comando e alla Presidenza della Federazione di avere a propria disposizione il più elevato numero di risorse possibili da mettere in campo prima di un’ulteriore escalation tra le due potenze in gioco.

Non appena la delegazione dell’Europa riuscì a disimpegnarsi dai festeggiamenti organizzati dal governo del pianeta, conseguenti il successo ottenuto nei negoziati, il Capitano T’Vok ordinò di tracciare una rotta per il Tempio Celeste e il Quadrante Alfa, per un viaggio che non sarebbe dovuto durare più di qualche giorno prima di riuscire a raggiungere l’ingresso del tunnel bajoriano. Una volta raggiunto il Quadrante Alfa, avrebbero dovuto dirigersi verso Deep Space 9, dove sarebbero rimasti attraccati per una manciata di giorni in attesa di ricevere il loro prossimo incarico; questo avrebbe quindi permesso all’equipaggio di prendersi un po’ di tempo prima di ritornare operativi, oltre a fornire una valida opportunità al quartiermastro di bordo di rimpinguare le scorte della nave.

Il marinaio al timone, un giovanissimo Boliano alla sua prima esperienza nei ranghi della Flotta, annunciò: «Abbiamo superato l’orizzonte degli eventi del tunnel: siamo nuovamente nel Quadrante Alfa.» Sistemandosi meglio sulla poltrona del Capitano e alzando lo sguardo dal rapporto che stava esaminando, Eva Ferrari, al comando del turno Gamma, non fece in tempo a ordinare di impostare la rotta per Deep Space 9 che una serie di avvisi sonori la fece guardare con espressione interrogativa verso la postazione operativa, posta alla sinistra del timoniere, dove una donna caratterizzata da un leggerissimo accento francese notificò: «Comunicazione in arrivo da Deep Space 9, Tenente.»
Inarcando un sopracciglio, Ferrari si raddrizzò e, mettendo da parte il PADD dal quale stava leggendo, ordinò: «Sullo schermo, Guardiamarina.»

I volti del Capitano Benjamin Sisko, l’ufficiale comandante della stazione per la Federazione e per il Comando della Flotta Stellare, e il Maggiore Kira Nerys, primo ufficiale e ufficiale di collegamento bajoriano per il Governo Provvisorio di Bajor, andarono a sostituire lo schermo altrimenti occupato dal continuo feed dei sensori sovrapposto a un cielo nero pece costellato da puntini luminosi. Se, almeno in un primo momento, i due ufficiali sembrarono sorpresi di vedere un semplice sottotenente al comando, non ci misero molto a riprendersi dallo stupore, dando anzi l’impressione che ci fosse altro che non fosse come doveva essere.
«Europa, è un piacere rivedervi,» furono le prime parole pronunciate da Sisko come saluto, mentre al suo fianco Kira sembrava analizzare alcuni dati da un PADD che teneva in mano, tormentandosi le labbra con la mano sinistra. Anche a distanza, era possibile avvertire la tensione che emanava dal suo corpo: qualsiasi cosa ci fosse scritto sul dispositivo che stava così avidamente analizzando, chiaramente non era di buon auspicio. Soltanto quando Ferrari rispose - «Il piacere è nostro, signore. Stavamo giusto per dirigerci verso Deep Space 9, ci sono forse dei problemi?» - la bajoriana alzò lo sguardo, posandolo sul ponte di comando dell’Europa e, forse, vedendolo per la prima volta davvero. Fu comunque Sisko a riprendere la parola: «Abbiamo appena ricevuto una richiesta di soccorso dal BDR-1940 Hikaru Maru, un trasporto passeggeri in direzione del sistema di Trill: sono sotto attacco da un gruppo di pirati Breen.»
Kira intervenne: «I nostri runabout non sono equipaggiati per affrontarli e la Defiant è ancora in fase di riparazione, il Capo O’Brien non riuscirà a completare il tutto prima delle prossime 48 ore. Abbiamo bisogno che interveniate voi, Europa
Ferrari, mentre ascoltava l’approfondirsi del loro rapporto, annuiva tra sé e sé. «Inviateci le coordinate, Deep Space 9. Ce ne occupiamo noi,» rispose loro la donna, prima di congedarsi: «Europa chiude.»

L’immagine sullo schermo passò dall’ufficio del Capitano a bordo di Deep Space 9 al campo stellare che aveva accolto l’Europa una volta liberato l’orizzonte degli eventi del Tempio Celeste. Ferrari attivò l’interfono posto alla sua destra: «Capitano T’Vok a rapporto in plancia.»

*

Qualche minuto più tardi, il Capitano T’Vok entrò in plancia da uno dei turboascensori collocati nella parte posteriore del ponte di comando, dietro le console tattica e medico-scientifica poste, a loro volta, immediatamente dietro le poltrone riservate al trio di ufficiali composto da Capitano, Ufficiale Esecutivo e Consigliere.
Ferrari, non appena aveva sentito le porte del turboascensore aprirsi, si era alzata dalla poltrona centrale e aveva fatto spazio alla Vulcaniana, contemporaneamente girandosi verso la donna per poterla guardare negli occhi: «Siamo stati contattati da Deep Space 9: hanno ricevuto una richiesta di soccorso da un trasporto passeggeri in rotta verso Trillius Prime. Dicono di essere sotto attacco di pirati Breen.»
Continuando verso la propria postazione, alla quale prese posto poco dopo, T’Vok chiese: «DS9 ha inviato le coordinate?»
«Sì, signora,» rispose Ferrari, dopo aver ricevuto conferma dalla Guardiamarina alle operazioni.
«Molto bene, Tenente,» commentò T’Vok, prima di continuare: «Allarme Rosso. Tutti ai posti di combattimento. Timoniere, curvatura 3. Attivare.» Il Boliano al timone obbedì immediatamente, rispondendo con un semplicissimo «Sì, signora,» prima di portare l’Europa in curvatura.

Lo scenario da allarme rosso, in una nave stellare, implicava un'illuminazione fioca e rossastra, corridoi poco illuminati, un frenetico viavai di persone, il suono dei claxon di allarme e, normalmente, tutti i membri del personale di comando e del turno Alpha alle proprie postazioni, con squadre di sicurezza dispiegate per la salvaguardia della nave e del resto del personale. In quella situazione, come testimoniava il posto vuoto alla destra di T’Vok, non era esattamente così.
Il protocollo prevedeva anche che fosse il Primo Ufficiale a guidare una squadra di intervento per entrare in azione una volta arrivati in supporto al trasporto passeggeri, ma l’ufficiale caitiano, il Comandante R'Mau, si stava ancora riprendendo in Infermeria dopo un incontro ravvicinato con il Dominio durante il loro ultimo primo contatto nel Quadrante Gamma. D'altra parte, il possibile scontro con i Breen richiedeva che il Tenente Moq, l'ufficiale tattico e della sicurezza Klingon, fosse a bordo e alla sua postazione, per coordinare al meglio la difesa della nave e delle squadre di ricognizione inviate sul campo.

Dal momento che non le era stato ordinato di riprendere la consueta postazione al timone, Ferrari si era spostata più verso destra, in maniera tale da poter controllare in maniera diretta il costante feed dei sensori che scorreva ininterrottamente sullo schermo tattico collocato alla postazione solitamente occupata da R’Mau. Come accadeva a bordo di tutti i vascelli appartenenti alla Federazione, gli ufficiali che vi prestavano servizio dovevano essere in grado di adattarsi alla bisogna, in casi di estrema necessità, e di mostrarsi pronti a uscire dalla propria zona di comfort, caratteristica essenziale per riuscire a fare carriera o, semplicemente, esplorare nuove possibilità per il proprio futuro tra i ranghi della Flotta.

Ragionando sul fatto che l’esperienza acquisita dal Tenente immediatamente dopo il diploma all’Accademia, durante gli anni passati allo Zefram Cochrane Space Flight Center come pilota e collaudatrice (sia in sala ologrammi che sul campo), sarebbe sicuramente stata utile nel caso ci fosse stato bisogno di evacuare il trasporto passeggeri senza impiegare il teletrasporto ma, piuttosto, uno degli shuttle a bordo dell’Europa, T’Vok impartì un’ulteriore serie di ordini, questa volta in direzione proprio di Ferrari: «Metta su una squadra, Tenente, a vada in Sala Teletrasporto 3: dopo aver impegnato i Breen, verrete teletrasportati a bordo dell’Hikaru Maru per valutare i danni e il numero di vittime sostenuti. Nel caso la situazione non permettesse di abbassare gli scudi il tempo sufficiente a teletrasportarvi giù, sarete costretti a prendere una navetta per portare a termine la missione. In ogni caso, vi copriremo le spalle.»
Ferrari, che aveva alzato lo sguardo dal feed tattico che stava studiando fino a un istante prima, offrì un semplice cenno del capo, prima di lasciare il ponte di comando e dirigersi alla sua missione di soccorso.

***

Da lì a relativamente poco tempo, L’Europa sarebbe uscita dalla curvatura con gli scudi alzati e le armi pronte, preparata ad affrontare qualsiasi minaccia i Breen avrebbero potuto rappresentare nel caso in cui avessero tentato di opporre una maggiore resistenza rispetto al previsto. Tutti i membri dell'equipaggio avevano raggiunto le proprie postazioni, con la Sala Teletrasporto Tre e l'hangar navette in stand-by, pronti a rispondere a seconda delle necessità, in base a come gli eventi si sarebbero dipanati di fronte a loro.
Mentre nell’hangar navette una squadra di ingegneri aveva preparato uno shuttle nel caso non fosse stato possibile teletrasportare la squadra assemblata da Ferrari, nella Sala Teletrasporto Tre i componenti della suddetta squadra si erano finalmente riuniti e stavano aspettando ordini dalla plancia per poter procedere. Il Tenente Ferrari, che si era ritrovata a comandare l’intera operazione, aveva assemblato un gruppo di sei persone: oltre a sé stessa, erano presenti tre ufficiali addetti alla sicurezza, il Capo Ingegnere e l’Ufficiale Medico Capo.

Lasciando la sicurezza e il Tenente Comandante Cartier a un ultimo controllo del proprio equipaggiamento, Ferrari si diresse verso la Dottoressa Katherine Pulaski, che stava osservando con sguardo leggermente vacuo, in disparte, la piattaforma del teletrasporto: «Dottoressa, è tutto a posto?»
La donna, di mezza età, sembrò venir strappata dalle sue riflessioni alle parole del Tenente, che si voltò a guardare con un sorriso ironico sul volto: «Una volta odiavo questa dannata tecnologia. Diamine,» scrollò le spalle, «odio ancora adesso, profondamente, il teletrasporto.» Riportò per un attimo il proprio sguardo alla piattaforma di fronte a sé, prima di continuare: «Ma, qualche anno fa, fui costretta a riconsiderare parte del mio modo di pensare in merito.»
Ferrari inarcò un sopracciglio, pronta a chiedere dove l’altra donna volesse andare a parare, ma venne preceduta: «Se non fosse stato per Data e per il teletrasporto, non sarei qua in questo momento. A domandarmi se valga davvero la pena fidarsi o meno.»

«Beh, Dottoressa,» le rispose Ferrari, «gli incidenti con il teletrasporto non sono così comuni come lei crede. Non è più come un secolo fa, come durante la missione quinquennale dell’Enterprise di Kirk: non ha niente di cui avere paura.»
Il medico si strinse nuovamente nelle spalle, ma prima che la conversazione potesse continuare oltre, l’intracom si attivò e la voce del secondo ufficiale, il Tenente Comandante Leeda Sevek, riempì l’aria: «Sala Teletrasporto Tre, qua è la plancia: usciremo dalla curvatura in meno di trenta secondi.»
Con un’ultima occhiata alla propria squadra, che ora si stava disponendo sulla pedana del teletrasporto, Ferrari alzò la voce per rispondere: «Siamo pronti, plancia. A vostra discrezione. Ferrari chiude.» Sia lei che la Dottoressa Pulaski furono le ultime a prendere posto, con i tre della sicurezza e Ferrari stessa armi in mano e pronte, in caso le cose fossero andate peggio di quanto aspettato.

*

In plancia c’erano calma, attesa e anticipazione: il Boliano al timone si tenne pronto per portare l’imponente vascello fuori dalla curvatura e, contemporaneamente, si preparò all’eventualità in cui fosse stato necessario adottare manovre evasive per disimpegnare i Breen.
Al suo fianco, sulla sinistra, il Comandante Leeda, che in quel frangente sostituiva anche il primo ufficiale, informò che erano «…in uscita dalla curvatura tra 15 secondi.» Le parole furono immediatamente seguite da un cambiamento di umore attorno a lui: in una manciata di nanosecondi, infatti, tutti gli ufficiali presenti in plancia passarono da una immobilità assoluta a un fermento crescente, mentre la sempre impassibile T’Vok spostò impercettibilmente il proprio peso sulla poltrona del Capitano, fidandosi del fatto che il proprio equipaggio avrebbe saputo assolvere ai propri incarichi senza ulteriori input da parte sua.
Alla sua postazione, collocata dietro il trittico delle poltrone di comando, il Tenente Moq aveva appena terminato di riconfigurare parte del proprio terminale affinché funzionasse come display per le  comunicazioni, questo per consentire il costante contatto tra la nave e la squadra di sbarco, coordinandosi con Leeda, con il quale condivideva le funzioni di ufficiale addetto alle comunicazioni.

E proprio il bajoriano iniziò a fare il conto alla rovescia per l’uscita dalla curvatura, fino a quando non raggiunse lo zero e il cielo stellato mostrato sul visore principale dai sensori esterni rallentò, fino a fermarsi su una visione più statica della zona di spazio in cui l’Europa si trovava. Un istante più tardi, i sensori registrarono, a relativamente poca distanza dal vascello di classe Sovereign, il trasporto passeggeri che aveva inviato la richiesta di soccorso, una vecchia nave di classe Clipper, poco più che una grossa navetta a quattro livelli con due gondole sovradimensionate, e il suo assalitore Breen.
Il feed dei sensori iniziò ad arricchirsi, subito dopo, delle informazioni provenienti dai sensori a medio e lungo raggio, con il Comandante Leeda che riportò: «La nave Breen ha gli scudi abbassati, Capitano.» Ricontrollò ulteriormente il proprio terminale: «I sensori hanno identificato un teletrasporto in corso dalla nave pirata al trasporto passeggeri: stanno inviando delle squadre di abbordaggio.»

Il Capitano impartì prontamente tutta una serie di ordini specifici ai propri ufficiali che, con provata efficienza, si impegnarono a eseguire i suoi comandi: «Timoniere, ¾ di impulso, ci metta in mezzo. Tattico, prenda di mira le loro armi, gli scudi, i motori e le comunicazioni, per disabilitarli. Coordinatevi con le Operazioni e la Sala Teletrasporto Tre: abbiamo bisogno che i nostri uomini arrivino su quel trasporto immediatamente.»
Un coro di «Sì, signora,» riempì l’aria e l’imponente vascello si ritrovò in men che non si dica impiegato in azione, senza alcun ritardo. Dalla Sala Teletrasporto Tre, il sottufficiale di servizio in quel momento riportò che tutto era pronto e che la squadra attendeva solo di essere teletrasportata a bordo del trasporto civile, nonostante il ponte di comando dell’Hikawa Maru fosse protetto da un inibitore di teletrasporto a bassa intensità, sufficientemente potente da non permettere un aggancio stabile, motivo per il quale sarebbe stata scelta l’area più vicina al ponte dove far arrivare Ferrari e la sua squadra.

In maniera molto efficiente, il Tenente Moq disabilitò non solo gli emettitori degli scudi, ma anche le armi e i motori, lasciando senza protezione alcuna i pirati Breen; con lo stesso tipo di efficienza, la Sala Teletrasporto, coordinandosi con la plancia, teletrasportò in un battibaleno la squadra di soccorso a bordo del trasporto passeggeri. Qualche istante più tardi Moq aveva ancora una volta alzato gli scudi, mentre l’Europa si apprestava ad assicurare quanto più tempo possibile a Ferrari e a i suoi uomini, nel caso i Breen fossero riusciti a inviare una richiesta di aiuto ai loro simili prima di venire attaccati a loro volta.

A bordo dell’Hikawa Maru la situazione sembrava essere drammaticamente peggiorata: il lampo di luce che aveva squarciato momentaneamente il buio pressante della sala mensa aveva depositato a bordo del trasporto un gruppo di Breen mascherati, armi pronte in mano e torce a illuminare l’ambiente.

Il bambino ktariano era sempre stretto al padre, mentre la scienziata Trill era riuscita ad avvicinarsi quel tanto che bastava alla coppia per poter appoggiare una mano sulla schiena del giovane, in un estremo e, probabilmente, vano tentativo di rassicurarlo ulteriormente. Nel momento in cui gli assalitori erano comparsi, armi puntate, l’uomo non aveva esitato ad allontanare il figlio da sé, frapponendosi tra lui e i Breen, chiaramente intendendo proteggerlo a qualsiasi costo: era ovvio che non desiderava in alcun modo che il figlio finisse preso di mira nel caso le cose fossero degenerate.

Cogliendo con la coda dell’occhio il movimento, uno degli assalitori gesticolò con la propria arma e, sempre dietro la maschera caratteristica della Confederazione Breen, ordinò: «Che nessuno si muova!» mentre, al contempo, dava ordine agli altri soldati di sparpagliarsi, con l’obiettivo di trovare la strada più veloce per raggiungere il ponte di comando.
Proprio in quel momento, tutti gli sguardi furono inevitabilmente attratti dal rumore caratteristico di un secondo teletrasporto, questa volta di matrice strettamente federale, che depositò poco lontano dagli assalitori un gruppo di sei individui in uniformi della Flotta Stellare, anch’essi armati e pronti a far fuoco.

Mentre uno dei nuovi arrivati indossava la divisa caratteristica della sezione medico-scientifica, gli altri cinque indossavano il rosso e il giallo relativi ai reparti di comando e operativo-tattico, anche se non ci furono molte altre possibilità di identificare ulteriori dettagli: non appena fu chiara alle due parti la presenza del nemico, il caos eruppe, serpeggiando soprattutto tra i passeggeri, i quali reagirono mossi dalla disperazione, cercando di mettersi fuori portata dall’immediato scontro a fuoco che ne conseguì.
Alcuni colpi impazzirono, raggiungendo la folla e trovando bersagli tra i civili: sotto gli occhi del giovane ktariano, suo padre morì nel disperato tentativo di proteggerlo, senza un gemito o un suono se non per un tonfo sordo sul pavimento, quando il suo corpo cadde a terra in seguito a un colpo vagante.

Nonostante i tentativi di uno dei suoi colleghi di fermarla e di tenerla al sicuro, Lenara non poté fare a meno di avvicinarsi al bambino e di stringerlo a sé, proteggendolo come aveva appena fatto suo padre; gli istanti successivi procedettero a una velocità così elevata che nessuno poté dire cosa fosse successo.

*

Nel buio interrotto dalle torce militari, e nel silenzio che era seguito al breve ma sanguinoso scontro tra Breen e Federazione, tutto pareva innaturalmente immobile. Il Tenente Ferrari, con il fucile phaser tenuto saldamente tra le mani e in posizione di attacco, era ancora tutto un fascio di nervi, pronta a scattare al minimo segnale di pericolo.
Sia la Dottoressa Pulaski che il Capo Cartier si erano messi immediatamente a lavoro non appena gli scontri erano terminati, con i tre addetti alla sicurezza distribuiti attorno a loro per garantire protezione da eventuali problemi non ancora concretizzatisi.
Nell'oscurità, solo le luci poste sulle armi e le torce fissate ai polsi davano un minimo di illuminazione all'ambiente circostante, permettendo alla squadra di muoversi con un po' più di facilità. Ciononostante Ferrari sperava ardentemente che Cartier fosse in grado di ripristinare quanto prima il sistema di illuminazione: oltre ad aiutare fortemente la squadra, avrebbe anche permesso ai civili a bordo di calmarsi una volta per tutte.

Una voce sottile e tesa giunse alle orecchie di Ferrari, proveniente da pochi metri dalla donna. Il Tenente si guardò con molta attenzione attorno, voltandosi su sé stessa, fendendo l’oscurità con la luce fissata al polso, fino a trovare la fonte della voce: un bambino, Ktariano a giudicare dalle creste caratteristiche della specie collocate tra gli occhi, a malapena individuabile, accovacciato com’era sotto una massa informe di corpi, ancora indistinguibili l’uno dall’altro nonostante il fascio di luce puntato su di essi..
Lentamente, spostando qualche tavolo e qualche sedia della mensa, Ferrari gli si avvicinò, cercando di non spaventare anche le altre persone in cui si imbateva..

Poco prima di raggiungere il bambino, le luci della nave si riattivarono quasi all’improvviso, un successo immediatamente seguito dal fischio di soddisfazione proveniente da Cartier, la quale subito dopo concentrò la propria attenzione al feed di rapporto dei danni che la console di fronte a lei stava mostrando. Dopo aver scambiato due parole veloci con Ferrari, l’ingegnere contattò l’Europa per farsi inviare del personale aggiuntivo, che le avrebbe permesso di gestire meglio le riparazioni e di far riprendere al trasporto passeggeri il prima possibile la propria rotta.
Girandosi e riprendendo, questa volta con più agilità, a camminare verso il bambino, Ferrari individuò la Dottoressa Pulaski, assistita da uno degli uomini della sicurezza, impegnata a occuparsi di un paio di alieni che non sembravano aver subito più di qualche graffio e livido, dovuti principalmente all’essere stati urtati, durante l’attacco Breen, da qualche paratia crollata dal soffitto.

Quando finalmente raggiunse lo ktariano, la situazione che le si presentò davanti la colpì in tutta la sua forza e in tutta la sua tragicità, in quanto il bambino si ritrovava tra l’inginocchiato e il rannicchiato vicino a una donna Trill (se le macchie visibili ai lati del volto erano indicative) ferita, pallidissima e quasi sul punto di svenire - solamente i tentativi di un suo connazionale, piuttosto giovane per gli standard Trill e somigliantissimo alla donna, sembravano riuscire a tenerla semi cosciente - e a quello di un altro ktariano, questa volta chiaramente morto, probabilmente a causa di un colpo che lo aveva centrato in pieno petto. Il Trill sanguinava copiosamente da un fianco, segno che anche lui non se la stava passando bene, nonostante stesse cercando in tutti i modi di ignorare la propria condizione in favore della donna.
L’addestramento a cui Ferrari era stata sottoposta prese immediatamente il sopravvento, portando la donna a inginocchiarsi accanto a loro, fucile phaser momentaneamente dimenticato da un lato, tricorder in mano e riconfigurato per avere le funzionalità base da tricorder medico, analizzando i due Trill di fronte a lei. Un istante più tardi, la donna attivò il proprio comunicatore per chiamare la Dottoressa Pulaski: «Ferrari a Pulaski, ho bisogno di lei urgentemente. La situazione qua è piuttosto grave, ho bisogno di lei.»
«Comprendo la sua incapacità di eseguire un qualsivoglia tipologia di operazioni chirurgiche, Tenente...» iniziò a brontolare e a rimbrottare il medico, ma Ferrari non era per niente dell’umore adatto per fare buon viso a cattivo gioco al solito contegno scorbutico del Dottore, motivo per cui la troncò con una risposta secca: «Queste persone non hanno solo qualche livido, Dottoressa, sono in condizioni piuttosto critiche! Ho bisogno di lei qua, ORA!»

Interrotta la comunicazione, la donna si concentrò sullo ktariano al suo fianco, cercando in qualche modo di rassicurarlo, ben cosciente che i modi sbrigativi di poco prima non avevano ovviamente avuto alcun effetto rilassante nei confronti del bambino: «Ehi, giovanotto. Sei stato molto, ma molto coraggioso. Come ti chiami?» Provò a sorridergli, ma dubitava fortemente che i propri sforzi sarebbero andati davvero a buon fine, considerando quanto il giovane aveva appena vissuto. Sicuramente ne sarebbe rimasto influenzato a lungo e solo con l’aiuto di specialisti ne sarebbe venuto fuori.
«Drenkteg,» rispose, chiaramente impaurito, il bambino, ma la conversazione non ebbe modo di svilupparsi ulteriormente in quanto interrotta da una voce maschile proveniente da dietro Ferrari, che si impose all’attenzione della donna: «Pensavamo di essere condannati, perché ci avete messo tanto?»
Le parole, dette con particolare durezza, portarono Ferrari ad alzarsi, dopo aver sorriso in maniera rassicurante allo ktariano e aver ripreso in mano la propria arma, e a voltarsi verso l’individuo che le aveva rivolto così sgarbatamente la parola.
Si trattava di un Trill sulla cinquantina, con un cipiglio severo sul viso, evidentemente abituato a comandare e a essere obbedito senza tentennamenti da coloro con cui collaborava. Non sembrava essere ferito in alcun modo, nonostante portasse chiaramente sul volto lo shock di quanto accaduto, e Ferrari pensò bene di non rifilargli una risposta seccata, nonostante probabilmente se la meritasse tutta: «Siamo arrivati non appena ricevuto la vostra richiesta di soccorso, signor…?»
«Pren. Dottor Hanor Pren, del Ministero delle Scienze di Trill,» le rispose il Trill, conservando quell’arrogante presunzione che stava tanto dando sui nervi alla donna.

Pulaski scelse proprio quel momento per fare la sua comparsa. Guardò dall’alto in basso Pren e, senza preoccuparsi di utilizzare il tricorder medico, lo apostrofò altrettanto sgarbatamente: «Lei sta benissimo, cosa fa ancora qua? Si tolga di mezzo!» Dopodiché, la sua attenzione si spostò interamente sugli individui ai suoi piedi, dimenticandosi in tempo zero di chi la circondasse, lasciando a Ferrari il compito di prendere in braccio, con qualche difficoltà, il piccolo Drenkteg e di allontanarsi di qualche passo, facendo cenno a Pren di seguirla.
Lo scienziato lasciò spazio a Pulaski, rimanendo però il più vicino possibile alla coppia di connazionali ora sotto le cure della dottoressa, la quale, pochi istanti più tardi, fece cenno a Ferrari di riavvicinarsi: «Tenente. Non posso occuparmi di loro qui, sono entrambi in condizioni critiche, soprattutto la donna. Mi teletrasporterò sull’Europa con entrambi: in Infermeria dovrei avere più probabilità di riuscire a stabilizzarli.»

Ferrari annuì, prima di chiedere: «E gli altri passeggeri? Quali sono le loro condizioni?»
«Invierò una squadra medica per occuparsi dei feriti che ancora sono presenti. Da quello che ho visto, posso dire che nessun altro dovrebbe essere ferito così gravemente da richiedere l'intervento degli apparecchi sofisticati presenti a bordo di un’astronave,» rispose la Pulaski prima di contattare l’Europa per farsi teletrasportare immediatamente in Infermeria, scomparendo qualche istante più tardi, lasciandosi alle spalle Ferrari, il trasporto passeggeri e le varie squadre di ingegneri dedicate alle riparazioni dell’Hikawa Maru.

*

«Lunga vita e prosperità, Capitano,» salutò per l’ultima volta T’Vok, dalla plancia dell’Europa, prima che il collegamento audio/video con il trasporto passeggeri e il suo ufficiale comandante si interrompesse e le due navi prendessero, finalmente, strade differenti.
Sullo schermo principale, il feed dei sensori mostrò l’altro vascello, più piccolo rispetto alla classe Sovereign, entrare in curvatura, in direzione di Trillius Prime. Dalla sua postazione alle operazioni, Leeda disse: «Pronti a riprendere la rotta precedente, Capitano. Dall’Infermeria la Dottoressa Pulaski informa che, almeno per ora, i pazienti sono stabili, ma che sarebbe meglio si arrivasse il prima possibile su Deep Space 9
Ferrari aggiunse: «Rotta stabilita, Capitano. DS9 ha confermato il nostro ultimo rapporto e ci informa che sono pronti per il nostro imminente arrivo con feriti a bordo: avranno una squadra medica pronta non appena saremo sul posto.»
«Attivare,» fu la semplice risposta di T’Vok, e l’Europa saltò a curvatura.

L’Europa era ormeggiata a uno dei piloni superiori di Deep Space 9 sin dal suo arrivo alla stazione. Nonostante i ben pochi danni subiti durante la schermaglia contro i Breen, il Comandante Cartier non aveva smesso di brontolare in merito alle condizioni in cui aveva trovato il vascello al suo ritorno dall’inferno che era stata l’Hikawa Maru, operando alcuni interventi minori durante il tragitto fino alla base spaziale.

Una volta giunti a destinazione, la prima cosa che aveva fatto era stata quella di mettere al lavoro il suo staff per riportare alla massima efficienza la nave, aiutati da Miles O’Brien, Capo delle Operazioni di Deep Space 9, e dagli ingegneri della stazione, permettendo loro solo dopo di godersi il meritato riposo di cui gli altri colleghi avevano già iniziato ad approfittare.

A bordo di Deep Space 9, poco lontano dall’Infermeria della stazione, Benjamin Sisko e Kira Nerys stavano parlando in toni sommessi con due ufficiali che indossavano le divise tipiche di coloro che servivano a bordo dei vascelli federali, una vulcaniana e un’umana, che si erano teletrasportate dall’Europa, qualche tempo prima per discutere dei rapporti relativi al trasporto passeggeri.
C’era da dire che, in realtà, in quel specifico momento stavano semplicemente impiegando il tempo con alcune chiacchiere di circostanza, per quante se ne potesse fare con un Vulcaniano, nell’attesa che riemergessero dalla sala operatoria i Dottori Bashir e Pulaski, i quali stavano operando su uno dei pazienti teletrasportati direttamente nell’Infermeria di Deep Space 9 nel momento in cui il vascello si era ritrovato nel raggio del teletrasporto.

L’attenzione di Ferrari, che fino a quel momento era stata totalmente assorbita dall’osservare l’ingresso principale dell’Infermeria, venne catturata da alcune parole del Maggiore Kira, probabilmente a lei indirizzate: «Il Dottor Bashir è uno dei più grandi esperti per quanto riguarda la fisiologia dei Trill: sarà sicuramente in grado di salvare sia il simbionte Kahn che il suo ospite, Lenara.»
Ferrari si girò verso i tre superiori, stringendosi appena nelle spalle al commento della bajoriana: «Non sono tanto preoccupata dall’operazione chirurgica applicata alla Dottoressa Kahn, Maggiore. Piuttosto, chi davvero mi mette davvero in apprensione è il ragazzo, Drenkteg. Ci vorrà del tempo prima che sia in grado di affrontare quanto gli è accaduto e, soprattutto, prima di riuscire ad accettare e a comprendere la morte del padre, proprio di fronte ai suoi occhi.»
«La madre arriverà presto,» osservò Sisko, «da Bajor il tragitto non è poi così lungo e lei ha preso il primo trasporto disponibile per raggiungere Deep Space 9
«Da Bajor?» Ferrari sembrava sinceramente incuriosita da questo fatto, nonostante fosse un dettaglio di relativamente poca importanza.
«Sì, lavora sul pianeta come botanista civile,» rispose Kira, prima di continuare: «Alcuni anni fa si è unita a una spedizione agrobiologica guidata da Keiko O’Brien.»
«La conosco,» per la prima volta da quando la conversazione era iniziata, T’Vok aveva ripreso la parola, «per qualche tempo la signora O’Brien è stata a bordo dell’Enteprise, quindi è logico presumere che lei fosse uno dei candidati più adatti da tenere in considerazione a coordinare il tutto, quando è sorta la necessità di sceglierne uno.» Per tutta risposta, Ferrari si limitò a chiedere quando la donna sarebbe giunta
«Il prossimo trasporto da Bajor è previsto in arrivo tra poche ore,» le rispose Kira, «quindi non ci vorrà molto.»

«Capitano, Maggiore,» per essere una vulcaniana, T’Vok dava l’impressione di essere un po’ troppo seccata, «abbiamo una riunione a cui attendere.» L’osservazione portò Sisko a un lieve cenno del capo, anticipatore della sua risposta: «Prego, da questa parte.»
I tre ufficiali si incamminarono verso il turboascensore più vicino, ma un discreto colpo di tosse proveniente da Ferrari li fece fermare e girare verso di lei, con espressioni interrogative - o neutre, nel caso di T’Vok: «Preferirei rimanere qua, se per voi andasse bene. Con il fatto che la madre di Drenkteg sarà a bordo nel giro di qualche ora, forse sarebbe meglio che il ragazzo, al suo risveglio, trovasse al proprio capezzale qualcuno che, in un certo senso, conosce. Inoltre,» aggiunse, «l’ordine di prendersi qualche giorno di riposo vale per tutti. Magari, rimanendogli vicino, posso in qualche modo aiutarlo fintanto che la madre non arriverà a bordo.»
«Se il Capitano Sisko è d’accordo,» osservò placidamente T’Vok, «ha il mio permesso, Tenente.» L’uomo si limitò a dare un cenno del capo a Ferrari, prima di riprendere la strada verso il proprio ufficio.

*

Una volta in Infermeria, la donna venne indirizzata da una infermiera verso il letto dove il giovane ktariano stava dormendo placidamente grazie a una serie di sedativi leggeri datigli dal Dottor Bashir, Ufficiale Medico Capo di Deep Space 9. Uno sguardo ai parametri vitali riportati sul macchinario cardassiano immediatamente sopra la testa di Drenkteg la informò di come tutto fosse nella norma.
Su un letto adiacente, ugualmente addormentato, era stato collocato uno dei due Trill teletrasportati dall’Europa non appena giunti su Deep Space 9. Le sue condizioni sembravano essere assolutamente meno critiche rispetto quelle della donna presso la quale Ferrari aveva trovato entrambi a bordo dell’Hikawa Maru, ma nonostante tutto sufficientemente gravi da non poter essere risolte completamente a bordo dell’Europa, nonostante la Dottoressa Pulaski fosse riuscita a stabilizzarlo, salvandogli di fatto la vita e lasciando ben poco da fare al collega a bordo della stazione. Nonostante fosse riuscita a stabilizzare anche la Dottoressa Kahn, nel caso della Trill si era rivelato comunque necessario l’ulteriore intervento di Bashir, il quale si era fatto affiancare dalla Pulaski stessa, in quanto la donna aveva reso ben chiaro di come considerasse ancora entrambi i pazienti sottoposti alle sue cure.

Prima che, però, potesse ritornare a studiare il giovane ancora addormentato, un leggero movimento dell’uomo la portò ad avvicinarglisi, contattando l’infermiera che l’aveva accolta all’ingresso in caso si fosse rivelato necessario intervenire sul paziente.
Con delicatezza, visto che il Trill sembrava parecchio agitato, la donna gli appoggiò una mano sulla spalla e una sul braccio, ben consapevole di quanto il trovarsi in un luogo apparentemente sconosciuto potesse essere fonte di profondo stress.
«Ehi,» cercò di tranquillizzarlo la Ferrari, «va tutto bene, siete sani e salvi, ora.»
«In salvo? In salvo dove? Cosa è successo?»
«Piano, piano,» Ferrari si era ritrovata ad applicare una pressione leggermente superiore nel momento in cui l’uomo aveva dato segno di volersi alzare dal proprio lettino. «Lei è a bordo di Deep Space 9, sotto le cure del Dottor Bashir. Io sono Eva Ferrari, dell’Europa. Abbiamo ricevuto la vostra chiamata di soccorso e siamo arrivati appena in tempo per togliervi di dosso dei pirati Breen, dai quali eravate sotto attacco.»
«Deep Space 9? Cosa ci faccio di nuovo su Deep Space 9?» Nonostante paresse più lucido di qualche istante prima, il Trill non sembrava aver compreso cosa gli avesse detto Ferrari, ma nemmeno pareva avere memoria di quanto accaduto a bordo del trasporto passeggeri. Qualche istante più tardi, però, qualcosa sembrò scattargli, perché afferrò saldamente con la mano libera il braccio sinistro della donna, chiedendo agitatissimo: «Che ne è di mia sorella? Come stanno lei e il suo simbionte?»
«Si calmi,» lo spronò gentilmente Ferrari, mentre finalmente un infermiere la raggiunse, hypospray in mano. Ci volle un solo istante e il Trill si ritrovò nuovamente addormentato. Ferrari si rilassò, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi, chiedendo all’infermiere: «Starà bene?»
L’uomo annuì, sicuro di sé: «Assolutamente sì, Tenente. Ha solo bisogno di tempo, come un qualsiasi altro paziente nelle sue condizioni. Il Dottor Bashir è convinto che si riprenderà presto, dal momento che è arrivato a bordo in condizioni nettamente migliori rispetto alla Dottoressa Kahn.»

I due non ebbero modo di continuare, in quanto le porte scorrevoli della sala operatoria si aprirono, lasciando entrare nell’area di riabilitazione un lettino semovente, sul quale giaceva un corpo apparentemente inanimato, e un gruppetto di quattro persone. Katherine Pulaski, ancora vestita con il camice rosso tipico dei chirurghi, lanciò uno sguardo sorpreso alla collega, non aspettandosi di trovarsi lì la Ferrari, prima di seguire Bashir, anche lui con il camice ancora indossato, per effettuare gli ultimi controlli sul paziente appena operato.
Quando, finalmente, i due medici ritornarono, Bashir fece cenno alle due donne di seguirlo nel suo ufficio, dove avrebbero avuto modo di parlarsi senza essere troppo disturbati.

«Come sta?»
«Si riprenderà,» le rispose Bashir, sedendosi dietro la propria scrivania e, contemporaneamente, appoggiando il PADD che stava finendo di controllare sul ripiano della stessa. «Siamo stati in grado di stabilizzare sia Lenara che il suo simbionte, Kahn, intervenendo su entrambi simultaneamente, nonostante a un certo punto abbiamo corso il serio rischio di perderla. Ho avuto il forte timore di dovermi ritrovare costretto a espiantare il simbionte per riuscire a preservare almeno la sua vita.»
«Per fortuna non siamo stati costretti a ricorrere a questo gesto estremo,» osservò Pulaski prima di chiedere, rivolta a Ferrari: «A proposito, Tenente, che ci fa qua? Pensavo che all’equipaggio fosse stata concessa una licenza, seppur breve.»
«Ho chiesto il permesso di poter essere a disposizione nel caso che Drenkteg,» fece un breve cenno verso il giovane ktariano, «si svegliasse prima dell’arrivo della madre. Un volto amico,» continuò, «lo potrebbe aiutare a tranquillizzarsi in un ambiente totalmente sconosciuto fino all’arrivo del genitore.»

Il giorno dopo, la madre di Drenkteg fu scortata in Infermeria da un addetto alla sicurezza appartenente al complemento di stanza su Deep Space 9, chiaramente in stato di shock dopo aver ricevuto la devastante notizia della morte del marito e del rischio corso dall’unico figlio.

Vicino a quello che doveva essere l’ufficio dell’Ufficiale Medico Capo, un paio di ufficiali della Flotta Stellare affiancavano Drenkteg, pallido e logorato dall’esperienza traumatica vissuta a bordo dell’Hukawa Maru, ma per il resto apparentemente sano. Il bambino, che fino a quel momento era rimasto vicino alla giovane donna in uniforme rossa, non appena scorse la madre le corse in contro a braccia tese, pronto per farsi prendere al volo dalla donna, che lo strinse a sé piangendo di sollievo e di immenso dolore.

«Beh,» brontolò Ferrari, con l’intenzione di non farsi sentire da nessuno a eccezione del Dottor Bashir, ancora al suo fianco. «Questo risolve la faccenda una volta per tutte. Dottore…» gli sorrise furtivamente, chiaro l’intento di lasciare l’Infermeria di soppiatto, «…è stato un piacere conoscerla, ma… devo proprio andare.» Speranza vana, tutto considerato, in quanto non fece in tempo a fare qualche passo per lasciare, discretamente, l’Infermeria, che si ritrovò di fronte madre e figlio, scioltisi dall’abbraccio precedente e in attesa che i due umani concludessero la loro conversazione sommessa.
«Sì?» Ferrari li guardò un attimo perplessa, non aspettandosi di certo di vederli ancora lì, ma piuttosto diretti verso gli alloggi assegnati alla donna o, perché no, diretti verso il primo trasporto diretto alla volta di Bajor. «Volevo ringraziarvi - entrambi - per quello che avete fatto per mio figlio. Davvero non so cosa avrei fatto se avessi perso anche lui.» Lo sguardo che lanciò al figlio diceva tutto, così come tutto diceva il sorriso, che stirò faticosamente il volto, parlava più di quanto lei potesse altrimenti dire: di fronte a loro avrebbero avuto tempi difficili.

Ferrari le rivolse un sorriso incoraggiante, prima di accovacciarsi allo stesso livello di Drenkteg: «Andrà tutto bene, ragazzo, ok?» I due si scambiarono un rapido abbraccio, poi si rivolse alla madre: «Se è sano e salvo, lo deve a suo padre, che lo ha protetto a costo della vita, e alla Dottoressa Kahn, che ha messo a rischio non solo la sua vita, ma anche quella del proprio simbionte.»
La donna ktariana cercò di ricomporsi, nonostante lo sforzo fosse chiaramente immane: «Possiamo vederla?» Il dottor Bashir annuì: «Vi accompagnerò, ma ho bisogno che facciate molto silenzio: è ancora in stato di incoscienza, ci vorrà tempo perché si riprenda completamente, abbiamo intrapreso una procedura impegnativa. Sarebbe meglio non disturbare più di tanto il suo riposo e il suo recupero.»
La donna annuì: «Se è possibile, vorrei davvero vedere almeno il suo volto. Solo pochi minuti, lo prometto.»

*

Lenara Kahn non si era mai sentita tanto contenta di trovarsi circondata da architettura cardassiana come in quel momento. Per lungo tempo, non aveva fatto altro che ricordare dolore e ancora dolore, affiancato a uno stato di astrazione protratto indefinitamente, fino a quando non aveva ripreso progressivamente conoscenza, ritrovandosi in un ambiente stranamente familiare.
Quando il Dottor Bashir era comparso al suo fianco, con i suoi modi affabili e la sua premurosa attenzione, la Trill aveva finalmente collocato tutti i tasselli del puzzle al proprio posto, realizzando di essere su Deep Space 9. Nonostante non fosse particolarmente propenso a dispensare informazioni di alcun tipo, probabilmente per evitarle ulteriori pressioni, Bashir le aveva spiegato, dietro sue pressioni, nel più breve tempo possibile la situazione, prima di puntualizzare: «Hai bisogno di riposo e di tempo per poterti riprendere in maniera adeguata, Lenara. Tu e il tuo simbionte avete comunque patito le pene dell’inferno e la procedura alla quale sono stato costretto a sottoporvi non era di certo tra le più semplici…»

Con un ultimo sorriso e una stretta rassicurante, Bashir aveva fatto per allontanarsi dal lettino dove Lenara era stata collocata, ma la Trill lo aveva fermato con una domanda: «Jadzia…?» e, allo sguardo interrogativo che l’uomo le aveva lanciato, Kahn aveva elaborato meglio: «Sa… che sono qua?» Bashir aveva scosso il capo: «No, non sa nulla.»
A quel punto, ritornando al suo capezzale, le aveva spiegato che l’altra Trill si era sempre più chiusa in sé stessa dopo la sua partenza dalla stazione, limitandosi a fare il minimo indispensabile durante i suoi turni, ma per il resto rimanendo sulle sue, non partecipando più alla vita di bordo come faceva un tempo. Non interagiva più con i suoi amici intimi, non passava più le ore a giocare con Quark a tongo... non si poteva dire fosse se stessa, in effetti.
Lenara aveva pregato Bashir di poter parlare con Jadzia, certa che sarebbe riuscita a scuotere l'altra donna dall’apatia in cui era caduta una volta per tutte, ma il medico si era rifiutato con forza di farlo, per numerosi motivi, non da ultima la reazione emotiva di entrambe le donne, in particolare quella di Dax, chiaramente ancora molto scossa e ferita da quanto accaduto.
«Dottoressa,» aveva a un certo punto osservato un esasperato Bashir, a denti stretti, «quello che a me preme, in quanto mia paziente, è che lei si riprenda dallo stress al quale siete stati sottoposti assieme al simbionte. In secondo luogo,» aveva aggiunto, impedendole di intervenire e di interromperlo, «non sono convinto che Jadzia lascerebbe che qualcuno le si avvicini per più di un semplice rapporto. Ora,» e la fermezza nel suo tono suggerì che non avrebbe accettato scuse alcune, «concentriamoci sulla guarigione. Nel mentre, troverò il modo per… aiutarla anche su quel fronte, d’accordo?»

Qualche ora più tardi, il Tenente Ferrari si ritrovò nuovamente in Infermeria, dopo esservi stata convocata dal Dottor Bashir, il quale aveva fornito poche informazioni via intercom. Non appena individuò il medico, impegnato a comparare alcune analisi con uno dei suoi sottoposti, gli si avvicinò chiedendogli: «Desiderava vedermi, Dottore?»
«Mi dia un attimo, Tenente, e sarò subito da lei,» le rispose distrattamente Bashir, senza alzare lo sguardo dal dispositivo sul quale stava studiando alcuni grafici, probabilmente relativi a uno dei tanti esperimenti che venivano condotti nei laboratori medici della base. Tutto sommato fece in fretta, considerando quanto si rischiasse di perdere per strada uno scienziato quando veniva lasciato troppo alle sue ricerche, alle sue ampolle e ai suoi laboratori.

«Mi segua,» disse, infatti, dopo poco, lasciando il dataPADD al tecnico sanitario con cui aveva parlato fino a un istante prima e facendo cenno alla Ferrari di seguirlo. A differenza dell’ultima volta che si erano visti, la donna quel giorno indossava una divisa tipica delle arti marziali, rosso su rosso, che fece capire al medico che aveva strappato la donna da una qualche attività in sala ologrammi.
«Spero di non averla disturbata troppo,» le disse, mentre si dirigevano verso una zona più tranquilla e meno trafficata dell’infermeria. La donna si limitò a stringersi nelle spalle: «Il Tenente Comandante Worf si è reso disponibile per delle sedute di allenamento alle arti marziali klingon. Quando mi ha contattata, avevamo appena finito il tempo a nostra disposizione. Nessun disturbo, quindi, Dottore.»

Arrivati, infine, nella zona adibita a suo ufficio, Bashir le fece cenno di sedersi, accomodandosi lui stesso sulla propria sedia: «Mi rendo conto che quanto sto per chiederle possa sembrare inappropriato, Tenente, ma ho davvero bisogno di chiederle un favore. Al momento, non vedo alternative.» Ferrari gli fece cenno di continuare, sistemandosi meglio sulla sedia e accavallando le gambe, mani a riposo sul grembo: «Cosa posso fare, Dottore?»
«Immagino che lei non ne sappia molto, visto la permanenza dell’Europa nel Quadrante Gamma fino a pochi giorni fa, ma gli scienziati Trill che abbiamo avuto modo di salvare sono stati a bordo di Deep Space 9 per qualche settimana, con l’intenzione di condurre studi più approfonditi sul tunnel spaziale bajoriano - il Tempio Celeste.» Questo gli valse un leggero cenno del capo da parte dell’interlocutrice: «Sì, forse ne ho sentito parlare mentre ero ancora a bordo di quel trasporto civile. Per quanto ne so, c'era un gruppo di tre Trill. Uno di loro, l'unico rimasto a bordo della Hikawa Maru, non smetteva di ricordarci che avevamo in custodia due dei più importanti scienziati in materia. Deduco che anche lui facesse parte dello staff.»

«Il Dottor Hanor Pren,» annuì Bashir, «uno dei membri della squadra, sì. La responsabile del progetto, tuttavia,, era la donna Trill che siamo riusciti a salvare qualche giorno fa, la Dottoressa Lenara Kahn. Ora, anche se sono sicuro che non sia di dominio pubblico, credo sia il caso che lei lo sappia, prima che io le faccia la mia richiesta: aveva avuto una... relazione sentimentale con un membro del personale del nostro equipaggio.»
Brevemente, il medico fornì a Ferrari un resoconto di ciò che era accaduto durante la loro permanenza sulla stazione, accompagnato da un paio di rapidi riferimenti alla legislazione Trill in merito alla riassociazione: dopo che i precedenti ospiti erano stati sposati, si sconsigliava fortemente ai simbionti di continuare la relazione in nuovi corpi. Non avrebbe dato loro la varietà di esperienze auspicata.
«Mi faccia capire bene, per favore» intervenne Ferrari, «Dax e Kahn erano sposati quando i due erano dentro a una precedente coppia di ospiti. Secondo la legislazione del loro mondo natale, è vietato riassociarsi con il precedente partner in un nuovo ospite, giusto? Come si fa a stabilire chi è davvero il responsabile di queste emozioni, esattamente?» La domanda rimase sospesa nell'aria, in attesa di una risposta che Bashir trovava difficile, se non impossibile, fornire. Sebbene i suoi studi lo avessero reso uno dei maggiori esperti di fisiologia Trill, grazie alla presenza stabile di un ufficiale della Flotta Stellare Trill a bordo della base su cui lui prestava servizio, non era altrettanto esperto di come funzionasse il legame tra le due menti, i due esseri che, da un certo momento in avanti, andavano a comporre l’uno.

«Non sono sicuro di avere risposte soddisfacenti da darle, Tenente,» ammise Bashir, aggiungendo: «Così come non sono particolarmente sicuro che si possano trovarle su Trillius Prime. Nella loro cultura, è più importante far fare più esperienze possibili al simbionte, quindi tutto ciò che si discosta da questa direttiva è vietato.»
L'altro ufficiale si limitò ad annuire: «Immagino che non ci sia una risposta semplice o giusta. O che, se per questo, ci sia una risposta.» Ferrari riportò l'attenzione sulla questione, rivolgendo al medico la successiva domanda: «Come posso essere d'aiuto? Il nostro giuramento ci impone di non interferire con altre culture, anche se sono capaci di curvatura e si trovano a uno stadio evolutivo paragonabile al nostro.» Non capiva bene dove stesse andando a parare la conversazione, perché Bashir avesse bisogno di lei, ma sperava che l'uomo le desse una risposta diretta al più presto.
C’era da dire, inoltre, che non conosceva personalmente le persone coinvolte: era chiaramente l’individuo meno adatto a compiere un intervento del genere. Bashir, invece, sembrava pensarla diversamente: «Direi di lasciare le questioni culturali dei Trill nelle mani dei Trill, Tenente. Altrimenti apriremo un dibattito nel quale nessuno dei due riuscirebbe a venirne a capo con una giustificazione che sia soddisfacente, non solo per noi, ma anche e soprattutto per loro. Ora, quello che vorrei è solo dare a Dax la possibilità di non commettere un errore evitando di parlare con Lenara. Diciamo che se l’è presa parecchio…»
Gesticolando con la mano destra e continuando a parlare, Bashir fece cenno a Ferrari di alzarsi e seguirlo, precedendola verso l'area di recupero, in cui si trovavano i pazienti a lungo termine, seguito dalla donna, che aveva ancora un'espressione scettica sul volto.

Il Tenente Comandante Jadzia Dax, Ufficiale Scientifico Capo di Deep Space 9, si trovava seduta da sola a un tavolo di Quark, fatto strano, di per sé, considerando quanto amasse il locale e quanto tempo vi avesse passato a giocare d’azzardo con il proprietario e altri avventori dal suo arrivo alla stazione, e fino a pochi giorni prima. Persino Quark, che di solito non perdeva occasione per intromettersi e per fare qualche battuta di troppo, quel giorno aveva preferito lasciare la donna al suo bicchiere senza fare commenti di alcun tipo.

Quanto era accaduto ormai diversi giorni prima continuava a frullarle nella testa, in loop, ininterrottamente, l’aveva scossa profondamente e l’aveva portata ad allontanarsi da tutto e da tutti, ignara di quanto stava facendo. Aveva sperato fino all’ultimo che Lenara scegliesse di rimanere a bordo di Deep Space 9 con lei invece di ritornare su Trillius Prime, ma l’altra scienziata aveva preferito rimanere fedele alla sua decisione iniziale di prendere, assieme ai due colleghi, il trasporto che l’avrebbe riportata a casa, di fatto annullando qualsiasi possibilità tra le due. Ammesso che, comunque, di possibilità si trattasse.

Fissando, senza realmente vederlo, il bicchiere di fronte a lei, Jadzia ricordava ancora la disperazione che l’aveva presa quando, rimasta al secondo livello della Promenade per quella che le era sembrata un'eternità, aveva visto le sue speranze frantumarsi del tutto quando Kahn, dopo aver scambiato qualche parola con Worf e aver lanciato un breve sguardo verso di lei, aveva poi imboccato la passerella che le avrebbe permesso di salire a bordo dell’Hikawa Maru. Il senso di vuoto che l’aveva accompagnata sin da quel momento l’aveva portata ad allontanare tutte le persone a lei più care, indifferente ai loro tentativi di abbattere il muro che aveva costruito per proteggere sé stessa e i suoi sentimenti, non accorgendosi che, così facendo, la preoccupazione dei suoi amici per lei non faceva altro che aumentare.

Un discreto colpo di tosse la riportò alla realtà. Alzando lo sguardo, si trovò di fronte Julian Bashir, affiancato da una donna a lei sconosciuta, con indosso la divisa degli ufficiali in servizio a bordo di un vascello nella sezione comando. Sul colletto portava i gradi identificativi del rango di Tenente, mentre in mano teneva un bicchiere di quello che sembrava essere pericolosamente del succo di prugna, il preferito del Tenente Comandante Worf.
Entrambi sembravano essere piuttosto tesi e non proprio a loro agio, ma tra i due Bashir era quello la cui espressione tradiva maggiormente la tensione che stava provando in quel momento. Del resto, in non poche occasioni si era ritrovato ad avere a che fare con il lato peggiore della Trill, fondamentalmente venendo trattato a pesci in faccia e allontanato in tutti i modi possibili dall’irascibilità sempre crescente della donna.

«Possiamo accomodarci un attimo al suo tavolo, Comandante?» Nonostante il disagio, e l’aria non propriamente leggera che si era andata a creare, il Tenente sembrava avere tutte le intenzioni di portare a termine ciò per cui il Dottore aveva chiesto il suo aiuto. Il tutto, ed era piuttosto evidente, indipendentemente dal fatto che la Trill potesse essere o meno bendisposta ad avere la sua solitudine disturbata da chiunque, amico o meno che fosse.
Nonostante la determinazione con cui la domanda era stata posta, Dax provò in qualche modo a confrontarsi con i due ufficiali di fronte a lei, prendendo tempo: «Preferirei davvero rimanere da sola, Tenente…?» Nel dirlo non risparmiò uno sguardo glaciale a Julian, il quale però non accennò a battere ritirata. C’era anche da considerare che non aveva idea di chi fosse la donna ora di fronte a lei, tenendo conto anche che l’ufficiale sicuramente non faceva parte del complemento stanziato a bordo della base. Era anzi plausibile che facesse parte dell’equipaggio di uno dei vascelli federali che, a varia cadenza, attraccavano a Deep Space 9 per fare rifornimento, ricambio di personale o per qualche breve licenza del personale.

«Tenente Eva Ferrari, timoniere della U.S.S. Europa,» le rispose la donna, senza battere ciglio di fronte all’asciutta risposta offertale da Jadzia. Del resto, da quanto le aveva detto Bashir, la Trill di fronte a lei non era poi così tanto amichevole, in quel periodo, quindi una risposta asciutta valeva l’altra, per quanto la riguardava. Ignorando lo sguardo oltraggiato dell’ufficiale di fronte a lei, Ferrari si accomodò sull’unica sedia libera al tavolo, Bashir fece lo stesso sottraendone una a un tavolo vuoto lì vicino, poggiando contestualmente i propri drink di fronte a loro - un cameriere ferengi aveva appena lasciato tra le mani di Bashir del tè tarkaliano, il suo preferito.
«Il Comando della Flotta Stellare ci ha richiamati prima del tempo dalla nostra missione nel Quadrante Gamma,» aggiunse brevemente, a mo’ di spiegazione, Ferrari, «fondamentalmente a causa del Dominio e alla minaccia sempre maggiore che vede la Federazione coinvolta in un eventuale e futuro scontro militare.»

Il tono utilizzato era particolarmente disinvolto, come se avessero tutto il tempo di questo mondo a loro disposizione, e pareva non tenere in considerazione l’espressione parecchio scontrosa sul volto della Trill di fronte a lei, non particolarmente intenzionata ad avere oltremodo pazienza anche nei confronti di una sconosciuta.
Prima che Dax potesse fare un qualsiasi commento velenoso, così tipico della sua persona negli ultimi tempi, Bashir intervenne: «Jadzia, non è il momento. Mi rendo conto della situazione che stai vivendo, così come mi rendo conto di come tu non abbia particolarmente voglia di parlare con me o con chiunque altro, in questo momento ma, per favore, è importante che tu ascolti cosa dobbiamo dirti.» Bashir la guardò negli occhi, prima di aggiungere: «Vedi, preferirei non venissi a scoprire il tutto da uno sterile rapporto. Lasciaci parlare, per favore…?»

Con un sospiro esasperato, Dax fece cenno col capo di continuare e fu Ferrari, posato il bicchiere sul tavolo dopo averne preso un sorso, a riprendere le fila del discorso, con Bashir che si appoggiava allo schienale della propria sedia con un’espressione ancora piuttosto tesa sul volto: «Cercherò di essere la più breve e succinta possibile, Comandante.» Si interruppe un attimo, raccogliendo le idee, dopodiché riprese a parlare con tono calmo e misurato: «mi risulta che qualche giorno fa un gruppo di scienziati provenienti da Trillius Prime si sia imbarcato sull’Hikawa Maru per tornare sul vostro pianeta natale in seguito a un esperimento fallito relativo alla creazione di un tunnel artificiale che potesse, in seguito a studi ulteriori, diventare stabile. Uno di questi scienziati è la Dottoressa Lenara Kahn, il nuovo ospite del simbionte Kahn, che da quanto ho avuto modo di capire (e correggetemi se sbaglio) in una precedente incarnazione era vostra moglie. O meglio, Nilani - l’allora ospite di Kahn - era la moglie di Torias - l’allora ospite di Dax - prima che questi morisse in un incidente.»

«Tenente…» il ringhio sommesso di Jadzia prometteva un pericolo imminente, ma non sembrò turbare particolarmente Ferrari, che invece continuò: «Ora, potrei semplicemente farle osservare come, su una stazione spaziale come questa, le voci si diffondano piuttosto... rapidamente, anche tra chi è solo di passaggio, come me; ma non sarebbe un’osservazione onesta da parte mia, visto e considerato tutto quello che è successo in questi giorni.» Sbuffando, quasi seccata, bevve un altro sorso dal proprio bicchiere prima di andare avanti: «Come dicevo, la nave dove attualmente presto servizio, l’Europa, è stata richiamata dal Quadrante Gamma piuttosto in anticipo rispetto ai tempi previsti in origine. Prima di poter fare rotta verso DS9, dov’era previsto attraccassimo per sistemare tutta una serie di cose, tra cui fare rifornimento, siamo stati contattati dal Capitano Sisko e dal Maggiore Kira per un incidente che ha coinvolto un trasporto passeggeri in partenza dalla base. Per tutta una serie di motivi che mi astengo dall’elencare, eravamo letteralmente la loro unica speranza, motivo per cui siamo tempestivamente intervenuti. Fortunatamente i passeggeri feriti erano relativamente pochi, nonostante qualcuno di loro, purtroppo, sia morto a causa di una schermaglia avvenuta a bordo. Il nostro personale ingegneristico non ha avuto problemi a riparare i danni inflitti al vascello, ma siamo stati costretti a portare a bordo un paio dei feriti più gravi, che sono stati poi trasferiti nell'infermeria di DS9 una volta attraccati. Ovviamente adesso stanno nettamente meglio, rispetto a qualche giorno fa.»

Ferrari fu costretta a prendere un altro sorso, prima di continuare. Adesso si era giunti alla parte più complessa e delicata del discorso, quella nella quale si metteva sul piatto il fatto che, tra i feriti in questione, ci fosse niente meno che Kahn stessa. Prendendo un profondo respiro - sotto sotto, non era propriamente a suo agio e aveva espresso le sue perplessità a Bashir in merito - Ferrari continuò: «Per arrivare dritti al punto, che i dettagli possiamo lasciarli a un secondo momento… la Dottoressa Kahn, al momento, si trova sulla stazione, sotto le cure del Dottor Bashir.»
Per qualche istante, Dax si limitò a fissare entrambi con sguardo apparentemente vacuo, come se non avesse compreso o sentito quanto le era stato appena detto. Poi, l’esplosione quasi inevitabile: «Ma che cos…?» Diversi clienti seduti ai tavoli circostanti si voltarono verso di loro, con sguardi interrogativi e allarmati, prima di ritornare alle loro conversazioni sommesse e alle loro consumazioni dopo aver visto i gesti di dismissione e i sorrisi imbarazzati di Ferrari e Bashir.

Jadzia, altrettanto imbarazzata, abbassò la voce, ma l’impeto, quello rimase lo stesso quando si rivolse a Bashir, domandandogli il perché non l’avesse informata prima, se Lenara stesse bene e da quanto si trovava a bordo di Deep Space 9, in un fiume di parole che sembrava non volersi fermare in alcun modo. Finalmente Julian riuscì a intervenire, approfittando di un momento in cui Dax si ritrovò costretta a prendere fiato: «Non so se te ne sei accorta, Jadzia, ma negli ultimi tempi sei stata difficilmente avvicinabile. Anche poco fa, se non fosse stato per la presenza di Eva, probabilmente non avresti voluto sentir ragioni e avresti trovato una scusa per non lasciarmi il tempo di affrontare il discorso.»
Jadzia sbuffò, ma fu comunque costretta a dargli ragione: se Bashir non avesse tirato in ballo Ferrari, o un qualsiasi altro sconosciuto se era per quello, sarebbe davvero stato difficile che Dax si fosse prestata a parlare con lui di qualsiasi cosa. In effetti, ripensandoci, aveva tentato, in automatico e praticamente senza accorgersene, di allontanarli, come del resto aveva fatto fino a quel momento con tutti i suoi amici e colleghi della base.

«Mi dispiace averti costretto a un sotterfugio di questo tipo, Julian,» disse, con evidente rammarico e dopo qualche istante, Jadzia, accasciandosi leggermente sulla propria sedia. Guardandola con attenzione, era possibile notare come l’ultimo periodo l’avesse particolarmente prostrata, nonostante avesse cercato comunque, in tutti i modi, di non darlo particolarmente a vedere.
«Immagino che fosse l’unico modo in cui eri sicuro di mettermi alle strette,» aggiunse poi, con un amaro sorriso, alzando lo sguardo verso di loro e, forse, vedendoli davvero per la prima volta. Ferrari si limitò a svuotare il bicchiere, mentre Bashir sorrise dolcemente: «Sì, in effetti sì. Volevo accertarmi di avere la tua attenzione, almeno per il poco che mi sarebbe servito per affrontare il discorso. Il Tenente qua con noi ha assistito in prima persona agli avvenimenti che hanno costretto Lenara e suo fratello, il Dottor Otner, nuovamente su Deep Space 9. E io avevo bisogno di una scusa per parlarti ed essere ascoltato senza essere cacciato via.»

Ferrari tossicchiò, richiamando per un attimo l’attenzione su di sé, e Bashir fece una smorfia, ben sapendo dove volesse andare a parare la donna. «Jadzia,» iniziò, incerto, prima di prendere coraggio e continuare, «sono stato costretto a operare Lenara e il suo simbionte…» e le spiegò per filo e per segno cos’era accaduto e perché, a un certo punto, si fosse ritrovato a temere la necessità di ricorrere a un espianto del simbionte Kahn, in rispetto alla tradizione Trill che prevedeva il porre la vita del simbionte sempre al di sopra di quella dell’ospite.
Entrambi si affrettarono a rassicurare Jadzia, non appena notarono il pallore quasi cadaverico che le aveva ricoperto il volto, rendendola ancora più sciupata di quanto in realtà non fosse: Lenara si era ripresa dall’intervento e ogni giorno che passava vedeva le sue forze tornare sempre di più. Il pericolo, almeno per il momento, era scampato: non c’erano state ricadute.

Finalmente Dax tirò un profondo sospiro di sollievo, con le spalle che parvero rilassarsi più di quanto non lo fossero state fino a quel momento, nonostante non sembrasse aver perso del tutto la propria acidità: «E ora… cosa, esattamente? Cosa vi aspettate che accada? Che Lenara questa volta decida di buttare al vento le convinzioni di una vita per rimanere qui con me? Già una volta, non molto tempo fa, ho commesso l’errore di sperare nell’impossibile… non voglio rischiare di infrangere speranze senza fondamento.»
Nonostante il tono, un sentimento diverso era crepitato nelle parole pronunciate, come se Jadzia, a discapito di quanto appena espresso, davvero sperasse che ci fosse un’altra possibilità da cogliere e da giocarsi, magari meglio della precedente.
«Comandante…» provò, a quel punto, a intervenire Ferrari, nella speranza forse di riuscire a dire qualcosa che potesse in qualche modo risollevare il morale dell’altra donna o, ancora, di aggiungere qualche dettaglio relativo all’operazione di soccorso, ma venne interrotta da un’altra voce, conosciuta, leggermente affaticata e un po’ senza fiato: «Forse, Jadzia, dovresti davvero provarci, a sperare, lo sai?»

Tutti e tre guardarono con sgomento Lenara Kahn, che si era avvicinata al loro tavolo inosservata. La scienziata era, se possibile, più pallida e fragile di quanto non fosse stata in Infermeria giusto quel mattino, dove Bashir e Ferrari l’avevano lasciata a riposare sotto le cure di uno dei medici di servizio su Deep Space 9, appartenente allo staff del Dottor Bashir, il quale si era assicurato di essere informato sulle condizioni della donna anche quando non era in servizio.
Se, dal canto loro, Ferrari e Bashir si ripresero piuttosto in fretta - e Ferrari cedette, senza fare un fiato, il proprio posto a sedere alla Trill - Jadzia sembrava aver momentaneamente perso l’uso della parola, il suo sguardo che seguiva Lenara mentre la donna accettava graziosamente, e forse anche con una traccia di sollievo sul volto, la sedia offertale dalla giovane umana.

Lo sguardo di Kahn si soffermò brevemente a osservare l’ambiente attorno a lei, caotico e pieno di clienti come la prima volta che vi aveva cenato assieme a Jadzia, con Julian che si era prestato a reggere loro la candela per non destare sospetti nei colleghi, il fratello Bejal e il Dottor Pren. Rispetto ad allora, si sentiva molto meno a disagio, forse perché non sentiva più su di sé lo sguardo scrutatore e indagatore di occhi curiosi o timorosi del suo essere con Jadzia e alle possibili conseguenze del loro frequentarsi.
Quando si posò su Ferrari, spostatasi di fianco a Bashir, alzatosi anche lui in piedi, notò qualcosa di diverso rispetto all’ultima volta che si erano viste: la divisa, ora, era la stessa utilizzata a bordo della stazione, con una maglia grigia a collo alto sotto una tuta nera con una banda di colore che comprendeva le spalle, a indicare la sezione di appartenenza, nel suo caso quella di comando; sul colletto grigio, a destra, i gradi la identificavano ora come Tenente.

Notando lo sguardo indagatore della Trill, Ferrari si limitò a inarcare un sopracciglio, con piglio interrogativo, e Kahn, con un debole sorriso, le disse: «Me la ricordavo con una divisa diversa, Tenente.»
«Alla moda piace cambiare, Dottoressa,» le rispose, scherzando, Ferrari, prima di aggiungere: «Direi sia proprio il caso di andare, Dottore. Credo sia arrivato il momento in cui debbano parlarsi senza ulteriori interferenze esterne… e noi siamo decisamente di troppo. Sono sicura che la Dottoressa Kahn sappia quali siano i suoi limiti,» aggiunse, vedendo che Bashir non sembrava proprio a suo agio a perdere di vista la donna, «e in caso di necessità il Comandante Dax chiamerà prontamente i soccorsi.»
Annuendo di malavoglia, Bashir fece per seguire Ferrari, ma entrambi furono fermati dalle parole di Lenara: «Vi ringrazio.» Al loro sguardo interrogativo, aggiunse: «Grazie per… tutto. Per avermi salvato la vita e per molte altre cose.»
«Siamo Ufficiali della Flotta Stellare, Dottoressa,» osservò Ferrari, «inoltre, il Dottor Bashir ha prestato il Giuramento di Ippocrate. Non è proprio nel nostro modo di fare non salvare una vita.» Sorrise appena, prima di aggiungere: «Se non c’è altro che si possa fare per voi, Dottoressa…? Comandante…?»
«La ringrazio, Tenente, da qua ci penserò io,» le rispose Kahn, e i due ufficiali le lasciarono il campo, iniziando a parlottare tra loro con aria preoccupata una volta raggiunta una distanza sufficiente che permettesse loro di non essere sentiti.

Totalmente ignara di quanto le stesse accadendo attorno in quel momento, Jadzia Dax non poteva credere ai propri occhi, che le mostravano una seppur pallida Lenara Kahn in carne e ossa di fronte a lei, così come aveva desiderato che accadesse dalla sua partenza. Quasi inconsciamente, le sue mani si mossero e andarono a stringere quelle della donna, come a volersi assicurare che ci fosse davvero; di riflesso, Lenara ricambiò la stretta, sorridendo con dolcezza: «Sì, Dax, sono qua… sono davvero qua.»
Le loro dita si intrecciarono dolcemente, palmo contro palmo. Lenara strofino i pollici sui dorsi delle mani dell’altra donna nel tentativo di diminuire la tensione che sapeva pervaderla e che ancora non sembrava volerla lasciare per alcun motivo.

Kahn desiderava profondamente parlare con Jadzia, aveva un tremendo bisogno di fare ammenda per il modo in cui si erano lasciate, per il modo in cui lei si era comportata nei suoi confronti, per come non si fosse resa conto di essere guidata dalla sua paura, più che da altro. All’improvviso il Bar di Quark le sembrò fin troppo affollato e troppo rumoroso per sostenere una conversazione di quel tipo, che richiedeva forse un luogo più raccolto e silenzioso, più rispettoso della loro privacy, che potesse accoglierle e metterle a proprio agio: «Ti dispiace se ce ne andiamo da qua? Al momento non mi sento particolarmente a mio agio, in mezzo a tutte queste persone, e… Jadzia, ho davvero, ma davvero bisogno di rimanere da sola con te… solo con te…»

«No, certo che no…» Jadzia sembrò finalmente ritrovare la voce, un sorriso timido e pieno di speranza che le si affacciava sul volto, nonostante gli occhi tradissero la tensione e la paura di essere nuovamente messa da parte, di non essere ancora una volta un motivo sufficiente perché la donna che amava rimanesse. A Lenara si strinse lo stomaco, nel leggere tutto questo negli occhi di Jadzia, e una volta in più si pentì di aver lasciato la stazione pochi giorni prima. Ringraziò il destino di averle dato la possibilità di ritornare su Deep Space 9 per fare ammenda, nonostante avesse forse preferito evitare di rischiare la vita.
«Dove preferisci andare?» le chiese Jadzia, lasciando le mani di Lenara giusto il tempo di alzarsi in piedi, per poi affrettarsi ad aiutarla ad alzarsi a sua volta, spinta da un istinto di protezione così potente da fare quasi male: nonostante la donna sembrasse stare bene, ai suoi occhi era diafana e rischiava di spezzarsi da un momento all’altro.
«Ti va bene andare in una delle sale ologrammi di cui Quark va tanto fiero? Sono sicura che abbia a disposizione un programma che riproduca fedelmente Trillius Prime e ci sono sicuramente...» Jadzia fu fermata dal fantasma di un bacio sulle labbra, che permise a Lenara di intervenire: «I tuoi alloggi andranno bene, Jadzia... sono molto più intimi e correremo meno rischi di essere interrotte.»

***

Ferrari e Bashir continuarono a parlottare ben dopo aver lasciato il Bar di Quark, camminando lungo la Promenade senza far troppo caso alle persone che, come loro, popolavano la passeggiata. Erano rimasti entrambi sorpresi dalla comparsa di Lenara, considerando quanto la sua ripresa fosse ancora parecchio lunga e quanto sembrasse ancora davvero poco in forma, nonostante gli importanti passi avanti compiuti fino a quel momento.

La loro conversazione venne interrotta dal comunicatore di Ferrari, che segnalò una chiamata da parte della Guardiamarina Rebim Nyra, l’ufficiale operativo del turno Beta: «Europa a Tenente Ferrari.»
Con uno sguardo apologetico rivolto a Bashir, Ferrari attivò la comunicazione dalla propria parte: «Qua Tenente Ferrari. Cosa c’è, Guardiamarina?»
«Il Capitano T’Vok richiede la sua presenza a bordo il prima possibile.»
«Attendete un attimo Europa.» Ferrari si voltò verso Bashir, che agitò una mano con gesto dismissivo, a voler far intendere di non preoccuparsi: «Il dovere chiama, non è il caso di farlo attendere, soprattutto se ha il volto di un vulcaniano.» La donna sogghignò, ma un istante più tardi il suo volto era tornato serio, come sempre: «Mi faccia sapere se c’è qualche evoluzione, Dottore.» Lui annuì, sorridendo a sua volta. Prima che lei potesse chiedere all’Europa di farsi teletrasportare a bordo, aggiunse: «Congratulazioni ancora per la promozione, Tenente.» Ferrari, con un lieve sorriso di ringraziamento e un cenno della mano, si rimise in contatto con l’Europa e, pochi istanti dopo, svanì nel teletrasporto della nave.

***

«Sei sicura che questa sia una buona idea, Lenara?» Jadzia si ritrovò a chiedere per l’ennesima volta dopo aver fatto entrare nei suoi alloggi l’altra donna, la quale le lanciò uno sguardo esasperato prima di risponderle: «Sì, Jadzia, ti ho detto che sono non solo sicura, ma anche certa, che questa sia una buona idea! Quante altre volte dovrai rifarmi la stessa domanda per esserne assolutamente certa tu stessa?»
Gli alloggi di Dax, come tutti quelli presenti su Deep Space 9, erano ampi e spaziosi, si aprivano in un’area giorno ariosa, normalmente decorata e arredata diversamente a seconda dei gusti degli occupanti e, tendenzialmente, non presentavano semplicemente il mobilio standard di stampo cardassiano che caratterizzava la base, ma anche tutta una serie di oggetti che gridavano a gran voce chi fosse il proprietario di quegli appartamenti. Nel caso di Jadzia, era possibile vedere elementi tipici della cultura Trill venire affiancati ad alcuni oggetti Klingon, di cui la donna era una grande estimatrice, e umani o bajoriani, a dimostrare anche la poliedricità delle amicizie mantenute dal proprio passato - remoto o meno che fosse.

Subito vicino all’ingresso, a destra, era posizionato un ampio divano grigio su cui perfino uno kzinti si sarebbe trovato comodo, dietro il quale era possibile trovare alcune piante. Lenara, aiutata da Jadzia, si accomodò con cautela su di esso; l’altra donna, dopo aver borbottato un «Scusa,» fece per voltarsi verso il replicatore, chiedendo a Kahn se desiderasse qualcosa.
«Una tisana alle erbe andrà benissimo,» le rispose Lenara, «ti ringrazio.» Ma quando Jadzia ritornò con la tisana e una tazza di raktajino, Kahn prese entrambe le bevande dalle mani di Jadzia e le appoggiò sul tavolino di fronte a loro, prima di voltarsi nuovamente verso Dax e tenderle una mano: «Vieni a sederti qua vicino a me, Jadzia, per favore.» Dopo un primo tentennamento - Jadzia sembrava dilaniata dal dubbio sul cosa fare e come muoversi - afferrò la mano di Kahn e le si sedette di fianco, le dita delle due donne che istintivamente si intrecciavano, quasi a non voler correre il rischio che di perdersi, le loro ginocchia che si toccavano.

«Jadzia, per favore, non fare così,» la pregò Lenara, massaggiando dolcemente con l’altra mano un ginocchio della donna, prima di continuare, «non essere così tesa, per favore… fidati, non ne hai davvero alcun motivo, davvero… non ho intenzione di lasciarti andare.» Nonostante capisse, nel profondo, le ritrosie di Jadzia, Kahn iniziava a essere esasperata dal suo comportamento altalenante: se in certi momenti sembrava volerla avvicinare, con sguardi e gesti quasi intimi, in altri pareva chiudersi su se stessa, guardinga e circospetta.
Da parte sua, Dax si rendeva conto di essere sommersa da sentimenti contrastanti, ma non aveva ancora trovato il modo per uscirne… e questo la metteva in seria difficoltà, visto che si rendeva conto di non riuscire a lasciarsi trasportare da una situazione che aveva sperato ardentemente che accadesse.

Sempre stringendo spasmodicamente la mano di Lenara, Dax le lanciò uno sguardo così ferito, che l’altra donna si ritrovò a deglutire, tanto forte era il dolore che vi si poteva leggere dentro: «Lenara… io ti amo. Ma non riesco, forse non posso, dimenticarmi del fatto che tu abbia deciso di andartene… e questo ha fatto molto, ma molto male. Fa male ancora adesso, in verità.»

Per un attimo, lo sguardo di Jadzia mostrò una vulnerabilità tale da spaventare quasi Lenara, che mai si sarebbe immaginata di vedere un’espressione tale sul volto dell’altra donna, che si era sempre dimostrata forte: «Non è mai stata mia intenzione farti del male, Jadzia. Ti prego, perdonami… ero così spaventata - a essere oneste, lo sono ancora adesso - paralizzata dalle mie paure, che ho intrapreso quella che era, che sembrava, la strada che sentivo come più semplice per proteggere me stessa.» Gli occhi erano ora offuscati da un velo di lacrime, mentre continuava: «Sono sempre stata una persona ligia al proprio dovere, anche quando questo comportava mettere da parte me stessa per un bene più alto… è il motivo per cui ho superato con pochissime difficoltà gli stadi finali del Programma Simbiosi: difficilmente sarei stata sopraffatta dal mio simbionte, qualsiasi fosse. Ho sempre dato valore alla vita del mio simbionte, ma per la prima volta… Kahn non era più la cosa importante, perché lo eri diventata tu. E non volevo assolutamente che fosse così. Decisamente non potevo permetterlo, avrebbe distrutto tutte le mie convinzioni, avrebbe distrutto me stessa.»

Lenara prese un profondo, tremulo respiro, prima di continuare: «La verità, Jadzia, è che sei più importante tu. E preferisco sacrificare Kahn che perdere te, perché sei tu, tu e solo tu, la cosa più importante per me. E sono sicura - no, sono certa - di non essere influenzata dal mio simbionte, perché… perché mi ricordo di un momento di totale astrattezza, come se non fossi più nel mio corpo… la mia coscienza era separata anche da quella di Kahn - presumo si fosse durante l’operazione chirurgica condotta dal vostro medico e da quello dell’Europa - e la sensazione di vuoto era esacerbata dal non saperti al mio fianco.»

Per qualche lungo momento, Jadzia si limitò a fissare l’altra donna quasi come se non la vedesse: le parole dette da Lenara, innegabilmente, le toccavano il cuore, quelle erano le parole che voleva sentirsi dire fin da subito, così come fin da subito avrebbe voluto averla al suo fianco, invece di vederla partire con la certezza di non vederla più. Ma allo stesso tempo, però, qualcos’altro si stava facendo strada dentro di lei, dettato dalla paura folle di non essere altrettanto onesta nei suoi sentimenti verso Lenara come Lenara si stava dimostrando verso di lei. Il rischio di essere sopraffatti dal proprio simbionte era parecchio alto - principale motivo per il quale, di solito, gli aspiranti nuovi ospiti venivano sottoposti a tutta una serie di test psicologici e psichiatrici ad alto livello - soprattutto se il simbionte, come Dax, aveva un caratterino tutto suo e ospiti precedenti con una storia tutta particolare, ma Jadzia non si era mai posta il problema fino a quel momento. Ora, invece, il timore che i suoi sentimenti non fossero così puri come quelli di Lenara si fece strada prepotente in lei, facendole temere proprio l'influenza che lei aveva sempre ritenuto di poter tenere a bada.

Si liberò, il più dolcemente possibile, dalla stretta di Kahn per poi alzarsi e, superato il tavolino posto lì vicino, andare a piazzarsi di fronte uno dei grandi oblò che ritagliavano una finestra sull’universo circostante, braccia incrociate sotto il seno, quasi a volersi abbracciare. Stava visibilmente tremando, incontrollabilmente. Lenara la osservò per un po’, prima di azzardarsi a parlare e a dirle qualcosa - «Jadzia…?» - ma si interruppe quasi subito, rendendosi conto di non sapere bene cosa dire e vedendo, comunque, l’altra donna prendere un profondo respiro, prima di girarsi verso di lei: «Lenara…».
Si guardarono negli occhi a lungo, incapaci di lasciare andare lo sguardo. Jadzia manteneva la fierezza che l’aveva sempre contraddistinta, e non avrebbe mosso una palpebra, anche se nel suo petto e nella sua mente si stavano scontrando incertezze indicibili. Lenara era finalmente sicura di sé, di ciò che desiderava, di cosa provava: voleva che la donna che amava vedesse questa sicurezza, che era ciò che proprio Jadzia aveva cercato di tirarle fuori nei giorni passati assieme prima della sua partenza, senza volersi mostrare in alcun modo debole.

Anche Lenara si alzò dal divano e si spostò verso Jadzia, sempre guardando l’altra donna negli occhi. Erano ormai una di fronte all’altra, ma non osavano nemmeno sfiorarsi: il timore che qualcosa si spezzasse tra loro era palpabile. Jadzia sentì una lacrima scenderle sulla guancia. Lenara la vide scorrere fino all’angolo delle labbra e si preoccupò: non voleva ancora darlo a vedere, sollevò impercettibilmente un braccio, avrebbe voluto asciugarle la lacrima e baciare quelle labbra, ma si trattenne. Non capiva fino a dove poteva spingersi, e Dax non stava incoraggiandola.
«Lenara…» provò a riprendere il discorso Jadzia, inspirando e chiudendo gli occhi per un istante, «...non nego di amarti. Ti ho amato prima e ti amo adesso. Ma cosa sarebbe successo se il tuo trasporto non avesse avuto quell'orribile incidente che ha costretto l'Europa a venire in tuo aiuto e a riportare qui te e Bejal per una lunga assistenza medica? Non saresti mai stata in grado di scoprire che il tuo amore per me esisteva senza Kahn. E non saresti tornata da me.»
Lenara si trovò a confermare ancora una volta quello che già aveva detto: «Il mio amore per te è – cercò la parola migliore – mio. Non dipende dall’eco di una storia passata tra Kahn e Dax.» Non capiva perché questo concetto infastidisse Jadzia. Cosa c’era di sbagliato nel lasciarsi amare, quando lei per prima le aveva dichiarato il suo amore?

Le due Trill erano una di fronte all’altra, ormai vicine al punto di potersi abbracciare, ma non lo facevano. Jadzia, per la prima volta da quando aveva conosciuto Lenara, sentiva di essere lei quella fuori posto, quella in errore; Lenara aveva iniziato a temere che Jadzia si facesse indietro, che la situazione tra loro, ora che avrebbe potuto finalmente appianarsi, invece si ripresentasse a ruoli invertiti.
Ancora una volta Jadzia inspirò, socchiudendo gli occhi, come a prepararsi le parole prima di dirle: «Io non potrò mai amarti come tu ami me. Questo puoi capirlo?» A Lenara mancò il respiro, tuttavia raccolse tutto il fiato che aveva per dire, a un tono forse troppo alto, cosa il cuore e le tante vite del simbionte che portava con sé le avevano insinuato nella mente: «Tu hai riacceso l’amore tra Dax e Kahn, tu mi hai spronato a infrangere le leggi – alzò ancora il tono di voce – tu mi hai preso tra le braccia, e ora che finalmente corro da te… mi vieni a dire che non mi ami abbastanza?»
Jadzia alzò le mani come a difendersi dall’aggressività delle accuse che stava ricevendo: «Mi hai detto che Kahn non ti sta influenzando, che il desiderio che provi è tuo. Ma io come faccio a sapere che il mio desiderio non sia stato influenzato da Dax?» E indicò il simbionte nel suo ventre: «Dimmi, come posso – ora esasperata – garantirti che sia io, proprio io ad amarti e non lui?»

«Non ti ho chiesto questo!» Lenara cercò di interrompere il fiume di parole di Jadzia, la quale però non dava segno di volersi interrompere per alcun motivo. «Devo avere anch'io una esperienza di quasi morte? Devo essere separata da Dax? Dimmi, come posso guardarti negli occhi e dirti “Ti amo” ed essere sicura di essere io a dirlo? Come faccio a dire a te che sono io?»
«Non ti ho chiesto questo, Jadzia,» ripetè esasperata.
«Ma sono io a chiedermelo, Lenara! Io non so più se sono alla tua altezza, prima era diverso, prima ero io che...»
Lenara non riuscì a frenarsi e sferrò una sberla sulla guancia della donna di fronte a lei, gesto di cui si pentì immediatamente nell’istante successivo: la stessa mano con cui aveva appena colpito Jadzia corse subito davanti al proprio volto, a voler trattenere un singhiozzo.
«Prima eri tu… cosa? Eri tu che avevi un dannato piccolo Curzon nello stomaco che ti faceva essere la più audace, quella che mi corteggiava, che voleva sfidare tutto e tutti? Ora che ci sono io in quel ruolo, e senza che Kahn mi dica cosa fare, non ti va più bene?»
Le lacrime sul volto di Jadzia si susseguirono una dopo l’altra. Era ammutolita: non si aspettava un’azione di quel tipo da parte dell’altra Trill. Lenara rimase qualche secondo a guardarla: nonostante la durezza del momento sentiva ancora il desiderio di abbracciare l’altra donna, ma Kahn aveva ormai preso il sopravvento e la lucidità del simbionte, fino ad adesso escluso da questo gioco di sentimenti, le impose di allontanarsi, di proteggersi: «Torno in infermeria.»
L’ultima cosa che Jadzia vide, prima di accasciarsi su sé stessa singhiozzando, furono le porte del suo alloggio chiudersi alle spalle di Lenara.

***

Una volta materializzatasi in una delle sale teletrasporto dell’Europa, Ferrari si diresse con passo spedito verso la plancia e l’ufficio del Capitano T’Vok, avvisata del suo arrivo dall’addetto al teletrasporto di turno. Nel fermento dei giorni precedenti, la giovane donna si era trovata inaspettatamente promossa al rango di Tenente, il che la rendeva candidabile per alcuni ruoli chiave all’interno delle gerarchie dell’equipaggio, soprattutto tenendo in considerazione come alcuni colleghi avessero accettato di trasferirsi su altri vascelli. Di necessità virtù.

Quando arrivò in plancia, trovò a coordinare le attività il bajoriano Leeda Sevek e non il Primo Ufficiale R’Mau, fedele braccio destro del Capitano T’Vok da ben prima dell’Europa. Sul momento la donna non ci fece immediatamente caso, considerando che il Caitiano era stato ricoverato in Infermeria a seguito di alcuni scontri contro il Dominio immediatamente prima di imboccare il Tunnel Bajoriano per ritornare nel Quadrante Alpha, riportando alcune ferite anche piuttosto gravi. Nonostante la partenza fosse programmata da lì a pochi giorni, la plancia e il resto della nave vedevano ancora in servizio un numero ridotto di membri dell’equipaggio, per permettere a tutti di godere appieno della licenza accordata.
L’attenzione di Ferrari non si soffermò troppo sull’ambiente circostante, mancando quindi di notare come Leeda non indossasse più la divisa tipica del dipartimento operativo, sostituita da una coi colori del comando, e che sul colletto campeggiassero i gradi pieni da Comandante.

Arrivata all’ingresso dell’ufficio del Capitano, la donna annunciò la propria presenza suonando il campanello e, un istante più tardi, la voce di T’Vok le diede il permesso di entrare. La stanza, caratterizzata da un mobilio sobrio, era dominata da una scrivania minimal, dietro la quale era seduta T’Vok, Capitano dell’Europa dal varo del vascello avvenuto qualche mese prima, nel 2372. Nella stanza era anche presente R’Mau, che si voltò appena verso Ferrari quando la sentì entrare, salutandola con un impercettibile cenno del capo, prima di ritornare a rivolgersi alla vulcaniana - Ferrari rimase discretamente da parte, inarcando impercettibilmente un sopracciglio: «La Leonidas è quasi al punto di rendez-vous, Capitano. Chiedo il permesso di sbarcare.»
La vulcaniana annuì: «Permesso concesso… Capitano. Lunga vita e prosperità.»
«Pace e lunga vita,» rispose R’Mau, prima di voltarsi e, per l’ultima volta, uscire dall’ufficio del suo vecchio ufficiale comandante. Passando di fianco a Ferrari, si fermò un istante - «Ancora congratulazioni per la promozione, Tenente. Continui così e avrà un’importante carriera, di fronte a lei.» - dopodiché se ne andò, passo deciso e testa alta, verso il suo primo comando, vascello di classe Ares appartenente a una linea di navi strettamente da battaglia.

Una volta che l’ingresso fu nuovamente sigillato, Ferrari si voltò verso la vulcaniana, facendo qualche discreto passo in avanti e domandando: «Voleva vedermi?» L’altra donna annuì: «Sì, Tenente. È mia intenzione assegnarle l’incarico di nuovo Ufficiale Operativo dell’Europa. Ora che il Comandante Leeda ricopre l’incarico di Primo Ufficiale, ci manca qualcuno che possa rivestire quello di responsabile delle operazioni del turno Alfa e del relativo dipartimento - il Comandante Cartier ha accettato di ricoprire quello di secondo ufficiale. La persona più adatta a prendere quell’incarico, dietro anche consiglio del Capitano R’Mau e dello stesso Comandante Leeda, è lei.»

Ferrari inarcò un sopracciglio: «Sono onorata dal fatto che sia stata messa una buona parola su di me, Capitano, tuttavia io sono un pilota… ricoprire un incarico di quel tipo richiede anche altre competenze, considerato tutto.» La vulcaniana inarcò un sopracciglio: «Considerato tutto, Tenente, ritengo che lei sia la scelta più logica per il ruolo che le sto chiedendo di ricoprire da ora in poi. Si è dimostrata efficiente ed efficace nel gestire e coordinare il dipartimento a cui ha fatto riferimento fino a questo momento e ha ricevuto numerosi elogi da parte dei suoi sottoposti e dei suoi colleghi. Ritengo che sarà perfettamente in grado di assumere nuove responsabilità, Tenente. Si tratta di un ottimo slancio per la sua carriera nella Flotta.»
Ferrari si limitò ad annuire, pensierosa: non aveva - ancora - pensato di fare carriera, non così rapidamente almeno, ma sarebbe stato sbagliato perdere un’opportunità di quel tipo quando le si presentava di fronte, anche senza averla cercata, come in quel momento. Era ironico, pensò: tutte le ultime occasioni le si erano parate di fronte praticamente ‘per sbaglio’, con lei che vi si era imbattuta o con qualcuno che le aveva servito le giuste opportunità. Era ora che prendesse in mano il proprio destino, indirizzandolo verso una strada ben precisa. Semplicemente accettò.

Prima di congedare il Tenente, il Capitano T’Vok aggiunse poche parole, quasi distrattamente, per quanto ‘distrattamente’ si potesse dire per una Vulcaniana: «Farà anche parte dello staff di comando, da ora in avanti. La prima riunione sarà domattina, alle ore 0700: mi aspetto che lei arrivi puntuale.»

«Dottore, non credo proprio di essere, in questa circostanza, la persona anche solo lontanamente adatta per parlare con il Comandante Dax o la Dottoressa Kahn in merito alla loro situazione sentimentale. Per quanto mi riguarda, ho già fatto più che a sufficienza…»

Ferrari e il Dottor Bashir erano seduti a uno dei locali collocati sulla Promenade, con due tazze di raktajino mezze piene di fronte a loro, accompagnate da alcune paste tipiche della tradizione bajoriana fino ad allora sconosciute alla donna, che si era trovata ad apprezzarle, nonostante in alcuni casi avessero sapori totalmente differenti - e inaspettati - rispetto a quanto lei fosse abituata.

Si erano incontrati quasi casualmente, quel mattino, nonostante Bashir le avesse confessato il desiderio di contattarla una volta terminato il proprio turno in Infermeria - in realtà il medico era sull’orlo del ritardo, considerando che Ferrari era scesa sulla stazione più tardi del solito, essendo stata costretta a partecipare alla sua prima riunione con lo staff di comando. La Dottoressa Kahn, infatti, era ritornata talmente furiosa dalla propria chiacchierata con Jadzia, che persino il fratello, dimesso proprio quella sera e rimasto ad aspettare che tornasse, non si era azzardato ad avvicinarsi a lei, preferendo invece andare negli alloggi assegnatili nella zona abitativa della base. Si sarebbe ripresentato in Infermeria per un ulteriore check up nel pomeriggio, ma per il resto non avrebbe dovuto avere problemi ulteriori.

«A parte che sono un pilota, non Cupido,» continuò la donna, «ritengo che la situazione debba essere gestita da lei, Dottore, o da qualcuno di altrettanto vicino alle due donne, non dalla sottoscritta. Il mio intervento era già qualcosa di tirato per i capelli la prima volta, adesso sarebbe visto come una interferenza per la quale rischio di meritarmi, se non la corte marziale, qualcosa che sia comunque analogo o molto vicino. Considerando,» aggiunse, svuotando la tazza di fronte a lei, «che sono appena stata promossa, preferirei evitare.»
Bashir si accomodò meglio, con un sospiro, sulla propria sedia, nonostante già sapesse di non potersi appoggiare ulteriormente alla donna per cercare di dirimere la situazione: se la prima volta era riuscito a tirarcela dentro in virtù del ruolo di punta svolto durante il salvataggio del trasporto passeggeri, in questa occasione non aveva alcun motivo per essere coinvolta in una situazione che non la riguardava più di tanto.

Scosse il capo, pensieroso: «Ammetterò che è una situazione che mai mi sarei aspettato di dover affrontare. Mi sorprende la reazione di Jadzia: in passato non si è mai posta il problema di essere o meno influenzata dal proprio simbionte, nemmeno quando, un paio di anni fa, lasciò la stazione per rispettare un vecchio patto di sangue che Curzon, il precedente ospite di Dax, aveva stretto con alcuni klingon, in seguito alla morte dei loro figli primogeniti.»
«Dottore, già una volta abbiamo affrontato il discorso dei costumi Trill,» osservò Ferrari, «e il suo consiglio fu quello di lasciare ai Trill la cultura Trill, considerando che sarebbe stato difficile riuscire a rispondere in maniera soddisfacente ad alcuni loro tabù.» Bashir annuì: si ricordava il discorso che era stato intrapreso, anche se brevemente, prima che lui la convincesse a intervenire nella conversazione con Jadzia da Quark; Ferrari continuò: «Tutto sommato, Dottore, la domanda che le feci all’epoca è la stessa che le pongo ora: come facciamo a essere sicuri che le emozioni del Comandante Dax non siano puramente della persona Jadzia, non influenzate dai ricordi precedenti del suo simbionte? Ovvio - alzò una mano per richiamare uno dei camerieri, al quale chiese della soda, per mandare giù il forte sapore del raktajino che le avevano servito - si può sempre fare in modo di mettere in pericolo le due vite e, in questa maniera, separare momentaneamente le due entità, come fatto con Lenara e Kahn, ma dubito seriamente sia una procedura consigliata.»

La soda arrivò in quel momento e Bashir attese che il cameriere, un simpatico boliano di solito molto chiacchierone, si allontanasse a prendere le nuove comande e servire altri tavoli, prima di rispondere: «Ricordo avessimo toccato l’argomento, Tenente. E le mie parole sono le stesse di allora: non ho la possibilità di darle una risposta soddisfacente, perché io non ce l’ho. Nonostante mi si riconoscano competenze elevate in campo di fisiologia Trill, non sono così ferrato sulle questioni più strettamente connesse alla relazione tra simbionte e ospite, in che modo vada a modificarsi la chimica del cervello dell’ospite.»
«Che importanza ha, fattivamente? Cambia i sentimenti provati dal Comandante Dax? Cambierebbero i sentimenti della Dottoressa Kahn? Davvero è così necessario che, affinché Dax sia sicura, ci sia un trauma pari a quello subito da Kahn? Io non credo, Dottore. Se proprio vuole saperlo, io credo che, anche nel caso della sua collega, il simbionte possa aver avuto una influenza irrisoria, proprio perché l’ospite è sufficientemente forte da non permettere una situazione di questo tipo. Ma,» aggiunse, prima che Bashir potesse intromettersi, «tutto questo non posso dirlo io alla diretta interessata.»

Entrambi si alzarono dal tavolo, avendo finito la colazione ed essendo alle porte del turno del mattino. Ferrari fece un pezzo di strada con Bashir, dovendo andare in una delle sale ologrammi presenti da Quark: si era riservata un paio d’ore per potersi dedicare a tutta una serie di programmi che, nei giorni precedenti, aveva avuto modo di conoscere e approfondire con Worf.
«Io la lascio qua, Dottore,» esordì, davanti al Bar di Quark, Ferrari, «mi tenga aggiornata sugli sviluppi della vicenda. Farò comunque in modo di passare dall’Infermeria prima di ritornare in servizio, in concomitanza della partenza dell’Europa prevista tra pochi giorni.»

*

Una volta in Infermeria, Bashir vi trovò una nervosa Jadzia Dax ad attenderlo: se possibile, la donna era ancora più pallida e tirata dell’ultima volta che si erano visti, il giorno prima, e sembrava non aver chiuso occhio durante la notte. E così, si ritrovò a pensare Julian, tocca a me l’ingrato compito di farla ragionare. E pensare che, una volta, avrei fatto di tutto pur di ottenere da lei una reazione simile: si vede che non era destino.
«Jadzia,» la chiamò, a mo’ di saluto, «cosa ci fai qua? Non dovresti essere di turno?»
Dax sobbalzò - non lo aveva sentito arrivare, presa com’era dai suoi pensieri - e ritardò di una frazione la propria risposta: «Ho chiesto di avere il giorno libero, Benjamin me lo ha concesso senza opporsi più di tanto. Senti,» continuò, «ho bisogno di chiederti un grossissimo favore.» Bashir piegò la testa leggermente di lato, curioso: «In cosa posso aiutarti?»
Jadzia prese un profondo respiro, quasi tremante, prima di chiedere, tutto d’un fiato: «Ho bisogno che tu trovi un modo, possibilmente sicuro, per inibire il mio simbionte per qualche ora. Io… ho bisogno di capire una cosa, ecco.»

Bashir le lanciò uno sguardo che rasentava lo scandalizzato: «Spero che tu stia scherzando, Jadzia. Marca le mie parole: non esiste alcun modo lontanamente sicuro per riuscire a fare una cosa di questo tipo. E,» aggiunse, impedendo alla donna di intromettersi, «se mi stai per dire che Lenara è rimasta, per un breve periodo, separata da Kahn… credimi, sono la persona più indicata per dirti che quello non era un modo sicuro per lavorare. Ma è stato un rischio calcolato, rischio che mi sarebbe rimasto sulla coscienza se non fosse andato a buon fine.»
Già solo il fatto, comunque, che avesse trovato il coraggio per chiedergli una cosa di quel tipo, secondo Bashir, denotava una disperazione tale da portarla a essere disponibile a rischiare qualunque cosa, pur di togliersi i dubbi che, ora, la attanagliavano nel profondo.

Per un attimo Jadzia si limitò a fissarlo, quasi non avesse sentito cosa le fosse stato appena risposto, poi, sconfitta, si accasciò contro il muro, volto tra le mani e singhiozzi che le facevano tremare le spalle. Gentilmente, Bashir le si sedette di fianco, abbracciandola e cercando in qualche modo di consolarla. Non disse una parola: durante il suo percorso di studio in Accademia, aveva avuto modo di seguire alcuni corsi specifici relativi alla psicologia, utili per la carriera da Consigliere, sapeva quindi come comportarsi in determinate situazioni. Inoltre, conosceva Jadzia: sapeva quando era il caso di pungolarla e quando, invece, lasciarla scaricare prima di dire alcunché.
Finalmente Jadzia sembrò calmarsi a sufficienza per potersi mettere diritta, appoggiandosi completamente al muro dietro di lei, permettendo a Bashir di azzardare una domanda: «Si tratta della Dottoressa Kahn, non è vero?» Dopo un attimo, che al medico sembrò non finire mai, la Trill rispose con un cenno del capo: «Quando tu e Ferrari - gli lanciò uno sguardo interrogativo, per verificare di non aver preso una cantonata - avete lasciato il nostro tavolo, da Quark, Lenara mi ha chiesto di andare a parlare in un luogo più tranquillo, ‘appartato’ mi verrebbe da dire.» Prese un profondo respiro, poi continuò: «Siamo andate nei miei alloggi, nonostante le avessi proposto altri luoghi probabilmente più ‘consoni’, considerato tutto. Mi ha… dichiarato i suoi sentimenti. In una maniera tale da prendermi alla sprovvista.»

Bashir si prese qualche istante: «Jadzia, qualsiasi sia stata la maniera in cui Lenara si sia dichiarata a te, non credo che sospendere anche solo momentaneamente il contatto con il simbionte possa aiutarti a risolvere la questione.»
«Julian… è Lenara a provare quei sentimenti, il suo simbionte non c’entra.»
«E tu,» le disse lui in un tono a metà tra la domanda e l’affermazione, «hai paura che i tuoi, di sentimenti, siano meno veri perché possibilmente influenzati da Dax.»
Jadzia annuì appena, la testa ancora appoggiata al muro dietro di lei, gli occhi chiusi. Nessuno dei due si accorse che Lenara, appoggiata allo stesso muro, ma nella stanza accanto dove era degente, stava ascoltando lo scambio di battute.
«Sai, è ironico,» osservò Bashir, «ma questo discorso ultimamente esce fuori spesso. Sì - sorrise allo sguardo interrogativo che Jadzia gli lanciò - vedi, è venuto giusto fuori con il Tenente Ferrari, che si domandava che importanza avesse l’avere un simbionte. Si è anche domandata come si potesse essere sicuri che l’ospite fosse influenzato dal simbionte. Certo, lei per prima ha ammesso di non comprendere molto la cultura Trill e la vostra fisiologia, soprattutto per la relazione che un ospite ha con il proprio simbionte, ma mi ha fatto riflettere.»
«Su cosa?» Jadzia era genuinamente curiosa: Bashir era, per forza di cose, uno dei più esperti in materia, pur non essendo un Trill, proprio in virtù del fatto che si era ritrovato a occuparsi della stessa Jadzia e del suo simbionte in diverse occasioni.

«Sul fatto che tu sia una donna molto forte. Che è poi il motivo per cui hai superato tutta la trafila per diventare un possibile ospite e per cui ti è stato assegnato Dax, nonostante Curzon ti avesse allontanata dal programma. Se non avessi dimostrato una grandissima forza di volontà, Jadzia, non solo non avresti avuto Dax, ma nemmeno avresti concluso gli studi del programma: non saresti stata affatto ripresa, indipendentemente dal fatto che Curzon ti avesse allontanata per motivi personali.»
Bashir le sorrise: «Ammesso e non concesso che Dax abbia avuto una influenza su di te, Jadzia, io non credo che i sentimenti da te provati siano meno veri o meno tuoi. Per come ti conosco, sono totalmente tuoi e niente potrà mai renderli meno tali.»

Lenara inspirò profondamente, chiudendo per un attimo gli occhi: lo schiaffo che aveva dato a Jadzia bruciava più a lei che all’altra Trill. Guardò la mano con cui aveva compiuto quel gesto e si pentì di averla usata. La sofferenza di Jadzia non era diversa da quella che lei aveva provato solo qualche giorno prima: Lenara non voleva tradire la propria cultura, Jadzia non voleva tradire sé stessa. Ma continuando a rincorrersi senza trovarsi stavano tradendo l’amore che provavano l’una per l’altra. Si decise a varcare la porta che separava i due ambienti, pronta a fare tutto ciò che sarebbe stato necessario per convincere Jadzia, anche se pensava, con tutto il suo cuore, che un solo singolo abbraccio sarebbe stato sufficiente per risolvere tutto. Fece un primo passo, poi venne fermata da altre parole. Questa volta di Ferrari.

«Tenente, cosa le è successo?» Eva Ferrari era apparsa alla porta dell’Infermeria, davanti a uno stupito Bashir e una poco attenta Dax. La donna, bardata con i paramenti da allenamento per una delle svariate discipline marziali klingon, avanzò zoppicando di alcuni passi, mentre con la mano si teneva stretta la spalla destra, il braccio a penzoloni lungo il fianco: l’allenamento klingon doveva aver preso una piega piuttosto vivace.
Con una smorfia di dolore, Ferrari rispose: «Al quarto tentativo sono riuscita ad atterrare Fek'lhr, ma credo di aver disarticolato la spalla.»
Alla parola ‘Fek’lhr’ Jadzia, ancora appoggiata al muro, alzò lo sguardo verso il Tenente, con un barlume di interesse negli occhi, chiedendo con un filo di voce: «Il programma di Worf?»

Mentre Bashir le controllava l’arto con un tricorder medico, Ferrari rispose a Dax - anche lei ora in piedi e al fianco del duo: «Sì, quello sul salvataggio di una qualche anima dal Gre'thor.»
Solo in quel momento Ferrari si rese conto di aver interrotto qualcosa tra i due ufficiali: Dax aveva ancora uno sguardo vagamente distante, nonostante l’interesse per il programma Klingon, e Bashir aveva lasciato sulla scrivania del proprio ufficio la pila di PADD con i rapporti del turno notturno ancora intoccata: «Posso passare più tardi, se preferite: tutto sommato non verso in una situazione così grave, sono sicura di poter riuscire ad arrivare all’Infermeria dell’Europa…»
Che il Dottore stesse finalmente parlando con la Trill per cercare di appianare le complicazioni sentimentali da cui lei voleva stare ardentemente fuori?
Bashir guardò con occhi interrogativi Jadzia. Implicitamente le stava chiedendo se poteva parlarle della situazione, anche se in realtà la stessa Ferrari ne sapeva tanto quanto loro: Dax gli fece cenno con la mano di procedere.
«Ho bisogno di farla stendere su un lettino, Tenente, e la spalla non è l’unica cosa da curare.» Cercando di sostenerla senza toccarle l’arto dolorante, Bashir l’accompagnò verso la porta dell’area degenza. Ma prima che il sensore ne facesse aprire i battenti si fermò, improvvisamente consapevole che dall’altra parte c’era anche Lenara: «A pensarci bene - esordì - potrei anche darle le prime cure qui.»

Ferrari protestò lievemente e Bashir cercò, solo con uno sguardo, di farle capire in che situazione si stavano entrambi andando a cacciare: erano davvero pronti a far incontrare le due Trill?
Ferrari guadagnò una delle sedie davanti alla scrivania del dottore e, in attesa che questi regolasse un hypospray, si lanciò in una domanda scomoda: «Comandante Dax, è riuscita a chiarirsi con la Dottoressa Kahn?»
«È proprio di questo che stavamo parlando - si intromise Julian - senza arrivare a una conclusione.»
«Deduco che le cose non siano andate per il meglio…» oltre al carattere pratico e deciso, il dolore alla spalla rendeva Ferrari piuttosto spiccia. Non che, di solito, la donna fosse meno diretta… generalmente, però, usava più tatto. O, almeno, ci provava.

«Il problema, Tenente - Dax si scostò dal muro e si asciugò le ultime lacrime con il palmo delle mani - è che la Dottoressa Kahn ha scoperto di amarmi, sicura di non essere stata influenzata dal suo simbionte,» Jadzia incedeva lenta e torva, quasi minacciosa, «cosa che, per quanto mi riguarda, non posso garantire per la mia persona.»
Il Dottor Bashir, dopo aver iniettato un antidolorifico nella spalla di Ferrari, si stava approntando per fare una manovra drastica, che avrebbe rimesso in sede l’articolazione.
«Io davvero non capisco questi ragionamenti Trill.»
«Tenente!» La riprese a mezza voce Bashir, parlandole vicino all’orecchio: «Cerchi di avere un minimo di tatto, se le è possibile.»
Ferrari lo guardò storto e, di risposta, ottenne una rotazione improvvisa del braccio e un preoccupante rumore di ossa stridenti: strinse i denti, che il dolore, sebbene attutito dai farmaci, era ancora presente, al punto che qualche lacrima le scappò dal lato degli occhi.
«Fatto! - Bashir sembrava particolarmente soddisfatto di sé stesso - Il resto delle cure, più tardi.»

Ferrari trattenne il fiato alcuni secondi. Jadzia, nel frattempo, si era avvicinata ai due, al punto da ritrovarsi di fronte all’altra donna e non tanto più distanza rispetto a Bashir: «Cosa non capisce, Tenente?»
«Non capisco l’importanza che date voi Trill a chi prova cosa e chi non lo prova.» Ferrari fece per alzarsi dalla sedia, ma il Dottore la trattenne seduta: nonostante tutto, nonostante i protocolli di sicurezza attivati in tutte le sale ologrammi per regolamento, la donna sembrava essere finita in un rullo compressore. Questo non le impedì di procedere: «Vi vantate del perfetto connubio di ricordi di tante vite, del rispetto della volontà dell’ospite e dell’unicità di ognuno di voi, ma io ho visto persone, Trill, cambiare gusti, imparare a fare cose nuove dall’oggi al domani, dimenticarne altre, da quando ricevono un simbionte.»

Dax e Bashir si scambiarono uno sguardo perplesso e il medico lasciò la presa sul Tenente, che ne approfittò per sollevarsi in piedi, nonostante lo sforzo e il dolore, continuando però a parlare:  «A me non interessa se tutto questo sia giusto o sbagliato, è la vostra cultura, va bene così. Ma allora dovreste accettare che anche i sentimenti possano essere alterati, che l’amore di cui state parlando tra lei e la dottoressa Kahn possa indistintamente provenire da Lenara, da Jadzia, ma anche da Kahn o Dax. Nulla di tutto questo può cambiare il sentimento dell’amore. Che lo provino due persone di specie diverse o della stessa, dello stesso sesso o di un altro, di età e culture diverse, l’amore non cambia. Esiste.»
Jadzia provò ad accennare un «Ma…», una protesta, ma Ferrari non la lasciò parlare - quando era troppo, era troppo:  «Celebratelo invece di opporvi. Avete la fortuna di provarlo entrambe l’una per l’altra, e i vostri simbionti sono d’accordo… o non dicono niente… insomma, va bene così. Avete già rischiato di perdere tutto una volta. Non commettete di nuovo lo stesso errore.»
In quel momento le porte dell’area degenza si aprirono: Ferrari alzò gli occhi, attratta dallo scorrere delle porte e anche Bashir si girò. Jadzia fu l’ultima a voltarsi verso l’ingresso e la prima a incrociare gli occhi di Lenara Kahn.

***

Tre giorni dopo, l’Europa lasciò Deep Space 9 con nuovi ordini dal Comando della Flotta Stellare: tenendo come riferimento la base spaziale per futuri rifornimenti, avrebbe dovuto assicurare protezione a un’area di spazio a pochi anni luce dalla stessa. Il Capitano T’Vok aveva accettato di fare una piccola deviazione per portare il Dottor Bejal Otner su Trillius Prime: lo scienziato aveva quasi rischiato l’infarto e la terapia intensiva quando la sorella gli aveva detto che non sarebbe ritornata con lui a casa.

Dopo un’accesa discussione, nella quale erano anche volate parole grosse, il Trill se n’era andato piuttosto furibondo, mancando di poco il rientro di Jadzia dal proprio turno. Il che, tutto considerato, fu una fortuna per entrambi: per lui sarebbe sicuramente finita male e, in virtù di ciò, Dax si sarebbe ritrovata ad affrontare una corte marziale. Quando, però, Lenara aveva raccontato a Jadzia la conversazione avuta con il fratello, l’altra Trill si era dimostrata tutto sommato lucida e aveva fatto notare a Kahn come la reazione di Otner non fosse poi così fuori dallo standard. Si era anche offerta di andare a cercarlo, prima che si imbarcasse sull’Europa, per provare a farlo ragionare, ma Lenara l’aveva dissuasa, dicendole che, probabilmente, con il suo intervento le cose sarebbero solo potute peggiorare.

Ferrari aveva ripreso servizio il giorno successivo l’incidente in sala ologrammi, coordinandosi con i vari dipartimenti per le necessità dell’ultimo minuto e, fin da subito, si era dimostrata all’altezza dell’incarico e della promozione, così come R’Mau e Leeda avevano previsto sarebbe successo. Fu una delle ultime persone a lasciare la base il giorno della partenza, e non furono solo gli impegni dovuti dalla sua nuova mansione a trattenerla. Giunta al portellone d’imbarco posto lungo l’anello inferiore della passeggiata trovò Worf a sbrigare le ultime pratiche: si scambiarono poche parole e qualche ringraziamento per il tempo passato assieme ad allenarsi nelle sale ologrammi di Quark. Prima di imboccare il tunnel di raccordo, Ferrari si concesse un ultima occhiata a Deep Space 9 e, sollevando lo sguardo trovò, affacciate alla balaustra del livello superiore, Jadzia e Lenara. Le tre donne si scambiarono un sorriso e le due Trill sollevarono compiaciute le loro mani intrecciate, a mostrare come tutto stesse procedendo bene. Ferrari annuì loro e poi si incamminò verso l’Europa.

ALL RIGHT RESERVED - ©CHIARA SAROGLIA


Commenti

  1. Bellissimo racconto, molto suggestivo che ci riporta con la mente alle atmosfere e ambientazioni di DS9, una serie che mi é piaciuta molto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio, sei stata gentilissima.
      Ben presto arriveranno altri racconti legati alla serie di cui Finalmente Riuniti è l'avvio! Il filo conduttore sarà il personaggio del qui Tenente Eva Ferrari a cui, man mano, spero di far avere un ruolo sempre più predominante e definito, affiancandole altri personaggi (alcuni ideati ex novo, altri invece tratti dal background di Star Trek).

      Elimina
  2. Non seguo molto la ferie ma devo dire che leggendo il tuo racconto mi sono immedesimata quindi ho vissuto quasi in prima persona tutto quello che accade in questi episodi

    RispondiElimina
  3. Non conoscevo questa storia ma il tuo modo di scrivere e raccontarla mi ha coinvolta parecchio. Brava

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per esser passata! Si tratta di uno dei miei primi tentativi di scrittura di fanfiction che abbia mai fatto, legato all'universo di Star Trek!

      Elimina
  4. Adoro tutto ciò che riguarda la mia saga tv preferita, ed il tuo articolo è semplicemente wow

    RispondiElimina
  5. Mi piace molto il tuo modo di scrivere, l’atmosfera è frizzante trasmette speranza, anche i dialoghi danno quel quid in più brava ben fatto

    RispondiElimina
  6. Avevo già letto il tuo racconto tempo fa. Oggi l ho riletto volentieri; lo hai in parte cambiato, sviluppato di più. Leggendolo mi è sembrato di vedere un telefilm originale della serie...descrizioni, dialoghi, atmosfera...tutto mi rimandava lì! Bravissima!!!
    Grazie per averlo condiviso.

    RispondiElimina

Posta un commento